INTANTO A SINISTRA, LIVORI IN CORSO

di Alex Minissale – Non sto qui a compiacermi dei miei “ve l’avevo detto”, ma sarebbe bastata una dose minimale di logica meta-storica – nemmeno la
chiaroveggenza politica tipologia Giovanni Sartori – per capire che S. Berlusconi è stato elemento coesivo della fazione a lui opposta.

Venuto meno lui, il settore “progressista” (ammesso che la sinistra, comunque la s’intenda, possa ancora fregiarsi di tale aggettivo) è esploso in mille rivoli l’uno ostile all’altro (cronologia simile a quella del blocco anti-mussoliniano), dopo una pace armata – perdurata sino alla campagna elettorale, più che altro per forza di gravità – che ha donato quarti d’ora d’illusione a chi nella foto di Vasto, magari, ci credeva davvero.

Il resto è attualità ed il livore, unico vero denominatore comune, ha invertito vettore: ora insulti, gli “zombie” ed i “fascista” aleggiano a mille decibel in quell’area rossastra dalla quale prima partivano per giungere all’altra sponda.

Su Grillo (assente a Vasto, per chiarezza) c’è poco da dire, e lo si colloca nell’area vermiglio di cui sopra per comodità logica più che ideologica, considerato che sin dagli albori è stato attrattivo agli occhi di una componente fortemente reazionaria (cosa che trova palese proiezione nelle sue uscite sullo ius soli o nel veto posto agli stranieri per l’iscrizione al “Movimento”) a cui si sono aggiunti – in cospicua quantità – cervelli gonfi di rancore, dei quali è riuscito a canalizzare il malcontento.

Resta da capire, poi, quali effettivamente siano i meriti suoi e quelli di Caseleggio: uomini, cioè, che non riescono a garantire nemmeno una parvenza di stabilità senza ridurre ai minimi termini il margine di libertà individuale; uomini che dalle macerie della fantomatica seconda repubblica stanno edificando una catapecchia pronta a cedere al primo fuori onda.

Per restar lì, poi, c’è Matteo Renzi, a spasso per l’Italia col suo camper ed il suo ego, e l’ostracismo che sta subendo la dice lunga sulla qualità del partito a cui appartiene: Bersani il testimone se lo tiene stretto, a testimonianza di quel senso di frustrazione ormai proverbiale del perdente per statuto.

Poi – a conclusione della rassegna – ci sono Vendola, Di Pietro e rimasugli vari, che partoriscono quotidianamente mezze alleanze a scadenza breve, incapaci come sono di rendere compatibili appetiti e interessi (figurarsi quanto siano in grado di improvvisare un sistema compromissorio post-elettorale).

Vien da pensare, con un po’ di malizia, che se per caso nel PDL si facessero le primarie, verrebbero tutti loro a votare sotto mentite spoglie, scegliendo nel segreto dell’urna un potenziale candidato citato nel cappello del presente articolo: ovviamente non si tratta di Giovanni Sartori.

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