SCENARIO PRE-ELETTORALE: SOTTO IL LODEN, I DEMOCRISTIANI

di Alex Minissale – E dunque ci si rassegna: andremo a votare col porcellum, che, per quanto demonizzato, è in fin dei conti un fallimento tanto quanto lo furono le cosiddette Leader-partiti-640x480“preferenze”: gli italiani scelgono male – vedasi Franco Fiorito – le segreterie dei partiti, pure; altro discorso è l’esigenza contingente (e un po’ emotiva) dell’elettorato, che ha più volte espresso la volontà di modificare il meccanismo elettorale (si ricordi la  raccolta firme), volontà che è stata  più volte mitigata con la promessa – ovviamente disattesa – di far sparire il fantomatico porcellum prima che si andasse alle urne.

Eppure, rammentiamo, “non si cambia un paese se non si cambia il suo popolo”: esiste, cioè, tanto la possibilità che gli italiani siano ad oggi rappresentati alla maniera peggiore, quanto quella che i medesimi siano rappresentati alla maniera più speculare, per quanto si voglia – anche lessicalmente – creare uno scarto fra i rappresentati e i rappresentanti (questi ultimi ladri e disonesti ben arroccati dentro la “casta”, i primi poveracci integerrimi inesorabilmente imprigionati dentro la società civile). Ma a sette settimane dal voto, quali scenari si prospettano?

Il centrosinistra, vestito di una pelle quantomeno vissuta (Bersani anziché Renzi, la Finocchiaro e la Bindi, rispettivamente 57 e 61 anni, a far da quote rosa riciclate), giungerà all’appuntamento stritolato e della figura di M. Monti – il quale, forte del supporto “europeo”, eserciterà pressione per ottenere un ruolo, se non il ruolo, nell’esecutivo, oltre ovviamente a manifestare la pretesa di imporre la propria agenda – e da quella di Nichi Vendola, il quale, in qualità di esponente della componente più estrema (che, a detta di Monti, militarmente, andrebbe “silenziata”), vorrà ricambiato il supporto elettorale con uno scranno (e quanto è probabile, una sua ipotetica coesistenza col professore?); e poi c’è Mario Monti, appunto, che col suo nome e la sua etichetta di autorevolezza e austerità, (tra)veste d’innovazione il carrozzone democristiano-terzista che serpeggia al suo seguito (e poi, caro professor Monti, quanta slealtà nel tirar fuori gli artigli ben accomodato nella poltrona di senatore a vita).

Il rimasuglio, dulcis in fundo, s’inserisce in prospettive ancor medo edificanti: cavalcando ancora una volta i fasti dell’antimafia che fu, Antonio Ingroia è riuscito a racimolare quel 5% (dato sovrastimato) che egli stesso riconosce rischioso, sicché ha espresso la richiesta (respinta, a quanto pare) di saltare sul carro più o meno vincente di Beppe Grillo, per poi scoprire le reciproche simpatie col collega Antonio Di Pietro: scontro-incontro tra primedonne più o meno decadute. A tal proposito si registra pure il calo di Grillo: forse l’icona dello sfascista che veicola l’incompetenza nel populismo dello slancio distruttivo, ecco, comincia a render di meno.Sono dunque queste le nobili e credibili alternative alcentrodestra?

Un centrodestra frammentato e confuso, certo, ma comunque consapevole della propria identità – non è poco – e affezionato alla propria “autenticità”: terminato lo stato emergenziale, manifestatosi con la psicosi dello spread, non ha di certo ricercato etichette di comodo, né si è rifugiato sotto un ombrello di “meriti” che non gli spetterebbero. Oggi staziona a quota 24% (PDL sommato ad altri centrodestra), ma forte dell’accordo trovato nella notte con la Lega, secondo solo a quel PD miracolato da Renzi (senza la cui osmosi, Bersani, sarebbe più perduto e perdente di quanto non lo è adesso) e di fronte la fantomatica “Coalizione Monti”, la cui matrice ideologica risulta tutt’oggi ignota: non a caso si tace sulle tematiche etiche, che sebbene non urgenti sono comunque fondamentali (del resto, cosa ci si aspettava da un’ “area” che ospita esclusivamente orfani e sconfitti?).

Scandali, congiuntura e scissioni hanno forse avuto un tempismo letale, ma non si può certo accusare questo centrodestra di utilitarismo fine a sé stesso, sicché, viste le alternative, sembrerebbe che anche in questo caso gli si addica la prestigiosa connotazione di male minore, così da renderlo commestibile anche agli occhi di chi non lo ritiene bene (non migliore, ma certamente) migliorabile.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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