IL RITORNO DI ALEMANNO AD ARCORE. CON TANTO DI SCUSE

di Pietro Forestiere – In una piovosa domenica pomeriggio capitolina, il sindaco uscente Gianni Alemanno affida al suo blog e ai social network un’articolata lettera apertaalemanno_berlusconi_1 sui motivi che lo hanno indotto a rimanere nel variegato alveo del PDL. Rimane aperto il quesito sul perché non abbia proferito parola nell’ultimo mese di frenesia di un Centrodestra di cui sarebbe autorevole rappresentante nazionale.

Nel documento evoca il cammino dagli anni di piombo all’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, quasi a riverbero del giustificazionismo interno sul patto della Destra con il presunto diavolo di Arcore. Forse Alemanno sottostima le conoscenze storiche dell’elettorato destrorso, anche se un ripasso sull’esclusione del MSI dall’arco costituzionale, sulla balena bianca a braccetto con le sinistre socialista e comunista, e quindi sulla coraggiosa apertura di Berlusconi a Destra, non nuocerà alla salute dei finiani.

Ma è proprio l’ampia premessa sul passato remoto a suggerire che l’autore voglia fuggire il passato prossimo e rappresentare come vincolato il presente. Un salto dal 1993 al 2008, di cui è stato protagonista anche in veste di ministro, che induce vertigini e sorrisi. Motiva il mancato apporto alle dinamiche interne di un PDL incompiuto con le seguenti parole: “Purtroppo, proprio la forza assorbente dei diversi impegni istituzionali ci ha portato a trascurare la costruzione di una forma organizzativa adeguata ad un partito grande e importante come il Popolo delle Libertà”.

Alemanno insomma sottintende un Centrodestra con una classe dirigente così povera in quantità e idee da non poter governare il Paese e contemporaneamente organizzare il partito. Come se un movimento forte del consenso del 37% degli elettori avesse avuto difficoltà a scovare nuovi talenti o a valorizzarne di radicati. Si omette, per non infierire, l’esistenza di una organizzazione giovanile con 70.000 tesserati che come scopo residuale avrebbe proprio quello di garantire un ricambio generazionale ai vertici del partito.

Solo mancanza di coraggio. Il coraggio richiesto in più occasioni dalla Destra Sociale (come corrente) al suo leader rautiano di opporre la propria candidatura al padre padrone di ieri in AN. Il coraggio richiesto dalla comunità politica intorno a Nuova Italia (sempre la stessa corrente) allo stesso Alemanno di guidare il rinnovamento dopo i passi indietro del padre padrone di oggi nel PDL. Pie illusioni, a beneficio dei neonati Fratelli d’Italia, che ringraziano.

Nonostante Alemanno li liquidi come “una sorta di tentativo di ritorno alle origini”, un progetto che finisce “per offrire anche poche risposte sul piano identitario”. Ma proprio sul piano identitario il sindaco uscente, alla ricerca della ricandidatura, offre incredibili topiche. Così si scopre che l’unica proposta politica avanzata negli ultimi mesi, ovvero quell’Italia Popolare che il 16 dicembre proponeva Monti premier, non ha superato le mura del teatro Olimpico “perché Mario Monti e i suoi principali collaboratori si sono progressivamente dimostrati estranei alle radici più essenziali del centrodestra italiano: riferimenti tiepidi se non inconsistenti ai valori della dottrina sociale della Chiesa, lontananza dal blocco sociale delle piccole e medie imprese e delle professioni, atteggiamento critico e riduzionista nei confronti dei riferimenti identitari della nostra comunità nazionale”. Non si dubita che fosse arduo prevedere tali difetti culturali, probabilmente avrebbe potuto sincerarsene alla serata romana della Bilderberg che con Monti ha condiviso.

Frattini, Mauro, in bilico Mantovano. Numerose vittime dell’allucinazione montiana hanno di recente abbandonato il PDL e coerentemente aderito all’agenda popolar-bancaria. Ma Alemanno, alla disperata riconquista dell’Urbe, ha di fatto mollato la Destra per infine ritrattare, investire formalmente Berlusconi, e alimentare la speranza di un’investitura di ritorno.

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