INGROIA, UN MASCHILISTA PER RIVOLUZIONE (IN)CIVILE?

INGROIAdi Alex Minissale – Non c’è da stigmatizzare Antonio Ingroia per l’encomiata (ma non encomiabile, a parere di chi scrive e alla luce di valutazioni oggettive) carriera da magistrato, né per la auspicata (ma non auspicabile, a parere di chi scrive e alla luce di valutazioni pseudo-oggettive) carriera politica.

A al di là dell’elemento cronologico, i due percorsi risultano sostanzialmente sovrapponibili, essendo parecchio indicativo lo scarto temporale (nullo) fra Guatemala e “impegno in politica”, essendo vieppiù eloquente il suo permanere in aspettativa, così da accomodarsi ancora una volta e immediatamente dentro la toga, una volta terminata la nobile e faticosa missione.

Non è dunque nostra intenzione rammentare che l’inchiesta sulla “trattativa” – sulla quale il nostro ha edificato carriera, immagine e credibilità – comincia a fare acqua, né indirizzare riflettori ulteriori sul “fango”  che il nostro ha gettato sull’encomiabile (questa sì) figura del capitano Ultimo (l’eroico capitano dei Carabinieri che arrestò Totò Riina, processato da Ingroia – gli venne imputata la mancata perquisizione del covo di Riina – e assolto con formula piena assieme al generale Mario Mori).

Non è nostra intenzione puntualizzare che, sebbene sia vero che «in un paese normale gli inquisiti si precludono la candidatura da sé» (lo citiamo approssimativamente), è altrettanto vero che in un paese normale gli inquisitori, la candidatura, se la precludono a loro volta; ecco, non è nostra intenzione rammentare che, per legge, Ingroia risulta ineleggibile a Palermo pur figurandovi come capolista (ma come? Lei, uomo geneticamente integerrimo e fiscale, mi cade in siffatta voragine?).

Ecco, non è nostra intenzione gettare cotanto discredito, in primo luogo perché siamo fermamente convinti che l’elettorato abbia gli strumenti di valutazione necessari a giudicare il giudice, ma anche e soprattutto perché in questa sede (luminescente baluardo di berlusconismo, com’è risaputo) l’enumerazione delle argomentazioni di cui sopra risulterebbe persino accreditante (anzi, senza reticenza alcuna, riconosciamo ad A. Ingroia il merito di drenare voti al PD, così qualificandosi come fattore incisivo e decisivo per la sempre più probabile disfatta del “carrozzone progressista”).

Ci limitiamo dunque a stracciarci le vesti – ci sia concesso – di fronte al maschilismo strisciante posto in essere, giovedì sera, da sua maestà Antonio Ingroia, che così ha liquidato Mara Carfagna allorquando questa ha osato fare appello alla Costituzione (sacrilegio: la Carta è esclusiva della “sinistra” moralmente migliore in quanto antropologicamente superiore): «Potrà darmi lezioni su ALTRO, non sulla Costituzione» (quantomeno disdicevole, l’ambiguità volutamente implicita sottesa alla parola “altro”, a corredo di un sorrisetto allusivo, non ne convenite?).

Che dire della supponenza – anch’essa a sfumature marcatamente maschiliste – dell’imperativo «stia calmina» (fra uomini, nei pollai catodici, lo si è mai sentito?)?

Ci siamo concessi una tale licenza – da moralisti, da paladini dell’odioso e odiato vessillo “politicamente corretto” – perché proprio il blocco anti-B. (nel quale tutt’oggi A. Ingoria vanta fiera militanza) ha elevato il femminismo vigile e neo-sessantottino a categoria esistenziale, criminalizzando a più riprese il Cav. per le presunte “diminuzioni” che questi effettua ed ha effettuato ai danni del gentil sesso.

Ecco, i vigili e le vigilesse della “femmina”, che sino a qualche mese addietro scendevano in piazza ogni due per tre, ieri sera, dov’erano sintonizzati? Se non ora – ci chiediamo – quando?

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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