IL CALCIOMERCATO DI RIPARAZIONE NELL’ETA’ DEL FERRO

Balo-Milan.php_di Pietro Forestiere – Se dagli anni Settanta agli anni Novanta chiunque calciasse un pallone sognava di approdare ad una squadra di calcio della massima serie tricolore, va da sé che società, tifosi, giornalisti e giornalai attendessero la stagione estiva e, in tempi moderni, la finestra di mercato di gennaio, per speculare su acquisti, cessioni, sogni e tirature.

Ma dopo l’apoteosi tedesca del 2006, che fece da contraltare alla tabula rasa sentenziata da Calciopoli, il nostro campionato ha perduto fascino e investitori. Un mondiale avrebbe dovuto rilanciare il culto della Serie A, come le successive estasi milanesi in Europa nel segno di Kaka e Mourinho.

Ma nel frattempo la giustizia sportiva aveva demolito la società più blasonata e la collusione tra scommettitori e calciatori emersa più di recente ne avevano compromesso la credibilità. Ecco perché la crisi economica globale non può elevarsi a causa esclusiva dell’impoverimento di un’industria da diversi miliardi di euro.

Anzi è lecito sospettare che la crisi reale sia divenuta l’alibi di presidenti che non intendono più dilapidare patrimoni, semmai investire o trarne profitti. Da troppo tempo presiedere una squadra della massima serie era assimilabile ad un mero investimento a fini pubblicitari, con l’obbligo di oneri insostenibili tra sessioni di mercato e gestione societaria, e obiettivamente bilanci annuali in perenne passivo.

Da alcuni anni invece si è costituito un vero e proprio cartello dedito a ridurre i costi, sotto l’egida della crisi reale. Arduo pensare che Berlusconi non riesca a garantire liquidità al Milan, soprattutto dopo le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva, operazione che da sola ha fruttato 170 milioni di euro.

Surreale immaginare il petroliere Moratti che piange miseria con una squadra che senza gli stipendi di Mourinho, Eto’o, Julio Cesar e Sneijder ha ormai dei costi di gestione di una squadra spagnola di medio calibro. Difficile digerire che Agnelli, il capitale azionario e lo stadio di proprietà non consentano alla Juventus acquisto e ingaggio dell’agognato top player d’attacco. Invece si cedono i campioni cercando di monetizzare e abbassare il tetto complessivo degli ingaggi; al contempo si acquistano giovani stranieri di belle speranze o calciatori d’esperienza in scadenza contrattuale o fuori rosa. Con buona pace delle tifoserie, ormai anestetizzate dal suddetto cartello.

L’economia, nell’accezione dell’efficienza, per le società italiane è la regola in questa età del ferro. E, guardando all’estero, c’entra ben poco il fair play finanziario promosso dalla Uefa, che dovrebbe entrare in vigore nel 2014, con al seguito importanti interrogativi.

Pensassero almeno a strutturare e valorizzare vivai e primavere, virando in merito al percorso formativo delle nuove leve sulla tecnica individuale. L’economia, oltre che il bene del movimento sportivo nazionale, la si fa comprendendo che De Sciglio vale infinitamente più di Cissokho, che Benassi può avere un futuro più roseo di Alvarez, che Beltrame può rendersi più utile di Anelka.

Con la conferma che l’unico colpo italiano di rilievo sarà l’approdo al Milan di Balotelli, propedeutico alla campagna elettorale di Berlusconi, ma discutibile tecnicamente, agli altri non resta che sognare una folle estate.

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