UN SANREMO (GIA’) SIMILE AGLI ALTRI: LA POLEMICA PRIMA DELLA MUSICA

Sanremo-2013-logodi Alex Minissale – Ci chiediamo quanto ancora debba perdurare questo spettacolo indecoroso ed estenuante che è il festival di Sanremo. Ci chiediamo come mai una formula teoricamente gradevole e vincente, debba ogni anno concretizzarsi nel peggiore dei modi. Ci chiediamo perché quello che, da sottotitolo, è il festival della canzone Italiana, minimizzi la musica relegandola a mero sfondo, prediligendo quello che sulla carta dovrebbe essere contorno, intermezzo.

Ci chiediamo perché qualunque selezione e graduatoria venga effettuata così poco su presupposti qualitativi e così tanto in fede alle pressioni discografiche. Ci chiediamo perché, anno dopo anno, è sempre il solito reiterarsi della polemica trainante, del dubbio, del dico e non dico, del colpo di scena talmente prevedibile da aver perduto una volta e per sempre l’effetto sorpresa.

Ci chiediamo perché debba ogni anno respirarsi, all’Ariston, quell’atmosfera così politicamente mefitica da far stare sulle righe conduttori, ospiti e partecipanti, imbalsamati in uno stato di ansia palpabile, certi come sono che qualunque esternazione vagamente equivoca, per i media, prevarrebbe del tutto sulla loro prestazione artistica (e all’interno di questa atmosfera, poi, paradossalmente o forse prevedibilmente, fa la sua epifania l’inguine nudo e tatuato di Belen Rodriguez).

Ci chiediamo perché Sanremo sia l’unico evento canoro in cui il retroscena prevale sulla scena. Ci chiediamo perché canzoni e cantanti di qualità – e ne sono passati parecchi, dal palco dell’Ariston – debbano essere rintracciati nelle quote basse della classifica. Ci chiediamo se, in fin dei conti, Sanremo non sia la più fedele trasposizione scenica di ciò che è l’Italia, Paese in cui una “sovrastruttura” – una casa discografica – trascina alla vittoria il soggetto che propone, a scapito di chi meritava più di lui il primo posto pur non avendo santi in paradiso; Paese eternamente affamato eppure più interessato al fumo che all’arrosto.

Fine della premessa.

Come ogni anno (ma quest’anno più degli altri, in virtù della tempistica immediatamente pre-elettorale e del papa dimissionario), trepidazione e tensione politica anticipano – e trainano – il Festival di Sanremo, che si accinge a porre in essere i soliti scandali calcolati e amplificati l’indomani nel grande dopofestival che si estende su tutto il palinsesto Rai. Si paventa un Festival “rosso”, così come ravvisabile nelle polemiche di Anna Oxa (esclusa, a suo dire, in seguito a questioni squisitamente politiche) e nelle esternazioni di qualche esponente di centro-destra. Ma davvero gli orientamenti del conduttore e di molti artisti o band “impegnate”, saranno incisive nell’ambito della campagna elettorale?

IL CONDUTTORE
Qualcuno ha espresso perplessità di fronte l’ipotesi che Fabio Fazio possa imprimere al festival una qualche rilevante incidenza politica, mancando egli di “verve oratoria” e della personalità necessaria per determinare un orientamento piuttosto che un altro; eppure, l’incisività di F. Fazio è forte proprio del suo non esser manifesta, si avvale di strategie efficaci in quanto subdole e apparentemente innocenti.

Da una vita Fabio Fazio organizza una pseudo-propaganda che delega ad altri – vedi Lucianina Litizzetto – per poi vestirsi da spalla o coprotagonista che finge di prendere le distanze, di sobbalzare di fronte qualunque espressione eccedente i delicati margini del politicamente corretto. Fabio Fazio – per dirne una – non “seleziona” gli ospiti di “Che tempo che fa”: li discrimina. I criteri della qualità (del personaggio) o della quantità (di vendite), per quanto tenuti in considerazione – non si spiegherebbe altrimenti la compresenza, nel novero degli invitati, di Daniel Pennac e Fabio Volo – sono in subordine rispetto al criterio principe, concernente le inclinazioni più intime dell’invitato: non si spiegherebbe altrimenti la compresenza, nel novero dei non invitati, di Giampaolo Pansa e Antonio Pennacchi.

Detto questo, risulta comunque improbabile che la direzione impressa al Festival possa determinare spostamenti all’interno della massa dell’elettorato: le suddette strategie di pseudo-propaganda, più che alimentare l’elettorato progressista in quantità, lo alimenta nella convinzione di essere migliore e di avere il monopolio della cultura alta.

LA COMPONENTE POLITICA
Crozza e L. Litizzetto, poi, si sbilanciano difficilmente: sono pressoché bipartisan, per citare un’espressione – bruttissima e paravento – che due anni addietro fece infuriare a ragione Luca Bizzarri (lui che, assieme a Paolo Kessisoglu, si scelse il modo più difficile e rischioso, e di conseguenza il più meritevole d’encomio – e di ulteriore conseguenza sublime – per far ridere: far satira sugli intoccabili, sui meno predisposti alla ridicolizzazione bonaria, su Santoro e Saviano).

C’è infine S. Cristicchi, da una settimana bersaglio degli estremisti di sinistra che gli danno del revisionista (nell’album in uscita c’è un pezzo sulle foibe): insomma, “l’orientamento”, complessivamente, si percepisce poco. E se nemmeno Fazio – personaggio in un modo o nell’altro quasi nazionalpopolare – riuscirebbe a esser “pericoloso”, me che meno ci riuscirebbero tutti i gruppi e gli artisti alternativi (di sinistra o presunti tali) che si son venduti all’Ariston: sortiscono sul pubblico l’effetto Fazio, appunto, e cioè quello per cui, esibendosi, fortificano le simpatie dei simpatizzanti e le antipatie degli antipatizzanti (ma nessuno passa da una sponda all’altra: semmai si solidifica per bene la cortina che le separa).

In conclusione, non c’è da chiedersi in quale delle tre serate verrà intonata “Bella ciao”: non bisogna contro-strumentalizzare la kermesse, sarebbe semmai opportuno sottoporla ad una valutazione (preventiva) concernente il merito, l’enfasi artistica – nulla – e il disperato tentativo di fare in modo che ogni edizione non somigli affatto alla precedente. Eppure, paradossalmente, è proprio questo tentativo che le rende tutte terribilmente uguali.

Ognuna si somiglia proprio nel lezioso tentativo di non somigliarsi. Un rinnovamento effettivo non è mai pervenuto, tutto è inesorabilmente trainato dallo scandalo (che sia un’esclusione o un Celentano) che si appoggia alla “musica” e ne prescinde, le ruba la scena. Buona visione.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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