INGOVERNABILI E DISFATTISTI: COSÌ GLI ITALIANI ALL’INDOMANI DEL VOTO

di Alex Minissale – C’è da preoccuparsi per l’ingovernabilità sostanziale, che a partire dall’indomani dello spoglio ha cominciato a rivelare i suoi rovinosi effetti: borse a piccoimage e spread alle stelle. C’è invece da gioire – ma con sobrietà – della disfatta di una micidiale doppia coppia: fuori Fini e Casini, parassiti decaduti della Seconda Repubblica; fuori Di Pietro ed Ingroia, eroi della giustizia mediatica a caccia di riflettori e vanagloria.

C’è ancora da certificare l’arretratezza cronica della sinistra italiana, autolesionista e malata da tempi più che remoti. «Se i partiti non rappresentano più gli elettori, allora cambiamoli questi benedetti elettori», ironizzava tempo addietro Corrado Guzzanti, forse ignaro di aver così diagnosticato la patologia che affligge tutt’oggi il PD: in nome di un’ascendenza comunista ancora endemica (per quanto anacronista e improduttiva), Bersani ha sapientemente boicottato Renzi – blindando le primarie con un regolamento tardo-sovietico – così sacrificando una vittoria che giaceva sul piatto d’argento servito alla gioiosa macchina da guerra; a beneficiarne, immancabilmente, non poteva che essere il Cav,il quale – non trovandosi a dirimpetto quarantenne alcuno – ha legittimato la sua candidatura opponendola a quella dell’avversario, per poi accomodarsi su una mezza vittoria che da anni la fazione opposta gli concede per intero. Mezza vittoria che, a sua volta, ha determinato l’insurrezione del vaporoso “popolo del web”, inquietante specchio umorale del carrozzone progressista.

«Chi diamine l’ha ri-votato?», si è domandata, sgomenta, la collettività virtuale, come se l’elettorato attivo non fosse smisuratamente più vasto della homepage entro la quale si esaurisce l’orizzonte visivo dell’utente; come se non fosse – l’elettorato attivo – ben più vasto di una fascia generazionale (la nostra) formatasi sulle omelie di Marco Travaglio, o più generalmente sull’esecrazione di Berlusconi intesa come dogma ineluttabile. L’utente medio si è dilettato ad ascrivere l’ennesimo successo del Cav alla presunta inferiorità antropologica di chi lo ha eletto, così assumendo il medesimo atteggiamento grazie al quale, da un ventennio, B. risorge a dispetto delle esequie di giornalisti, avversari e politologi: anziché analizzare le eventualità che ne determinano, lustro dopo lustro, l’ascesa, ci si limita appunto a demonizzare lui ed il suo elettorato, probabilmente perché l’intelligenza politica dell’utente medio – al pari di quella del “democratico tipo” – si esaurisce nella certezza che Berlusconi sia il male assoluto.

Ci si limita a demonizzare il suo elettorato, si diceva, ovviamente epifania dell’Italia credulona, analfabeta, se non addirittura mafiosa: questo il (pre)giudizio imperante nelle bacheche di chi non dissimula la pretesa di stabilire non cosa è meglio e cosa è peggio, bensì cosa è giusto e cosa non lo è.

Minimizzare gli effetti delle dirompenti promesse in materia di fisco (o meglio: screditarle in virtù della loro enfasi elettorale), si è rivelato l’errore più grossolano, specie a fronte della certezza che il sistema di tassazione accanita – proposto come ricetta risolutiva e imposto coll’alibi del baratro – ha estenuato il contribuente addossando sulle sue spalle il grave di una ripresa mancata. Quest’ultima, poi, presenta il volto, il nome ed il cognome di Mario Monti, che ha smarrito qualunque credibilità politica anche e soprattutto in seguito ai sospetti – fondati o meno – di collaborazionismo con un’Europa sempre più insofferenteall’ormai acclarata egemonia franco-tedesca. Lo stesso Monti, oltretutto, ha lasciato immacolati quei privilegi impopolari che avrebbe potuto estinguere in qualità di tecnico, né può vantare risultati significativi sul fronte della lotta al fisco (…hasceneggiato l’atmosfera di uno stato di polizia tributaria, senza che questo avesse ricadute effettive e non solo mediatiche).

Unanimemente, infine, si conviene nel ritenere che il vincitore platonico della tornata sia stato Beppe Grillo (altro beneficiario del boicottaggio consumatosi ai danni di Renzi). I tanti che lo hanno scelto, di fatto, hanno preferito candidati di presunta onestà e comprovata incompetenza a candidati di presunta competenza e comprovata disonestà: un calcolo tragico ma comunque comprensibile. Inquieta solo la certezza che, in Italia, qualsiasi corrente originatasi dal malcontento (e dalle istanze distruttive) abbia avuto esiti disastrosi: basti pensare alla Lega, la quale – per inciso – è riuscita racimolare qualcosa persino in Sicilia, nello sgomento di tutti, così rivelando quanto gli umori secessionisti di parecchi corregionali siano ancora vigorosi. Il punto, si diceva, è che il M5S vanta – oltreché l’inesperienza, condonata nella certezza che l’esperienza altrui non sia stata poi così produttiva – l’assenza non di un programma (discutibile ma comunque reperibile), bensì di idee strumentali alla sua concretizzazione; al M5S manca – soprattutto – una matrice ideologica che faccia da coesivo allorquando le acque si saranno placate e il malcontento sarà venuto meno (…si prevede un entropia di grillini) e che permetta di fronteggiare in maniera univoca eventualità imprevedibili ed impreviste. Prevedibilissima e prevista, invece, era la suddetta e preoccupante ingovernabilità: la promessa di cambiare legge elettorale è stata clamorosamente disattesa, se ne piangono oggi e se ne piangeranno domani le calamitose conseguenze.

Al netto della fantapolitica – nell’ambito della quale l’unica certezza è l’individualismo ermetico del Movimento – le alternative sono due: o l’urgenza e la drammaticità del contesto imporranno alle parti politiche di mettere da parte arrivismi e rivalità (inimicizie), così da anteporre gli interessi della collettività ai propri (…ci si riferisce a “larghe intese” non dissimili da quelle che hanno caratterizzato la Prima Repubblica); o si dovrà a breve tornare alle urne, un’eventualità che a ben pensarci l’Italia non potrebbe permettersi, per motivazioni tanto di ordine emotivo quanto di natura politico-economica. Per adesso, il Cav ha dimostrato d’essersi accomodato sugli allori di una resurrezione verificatasi anche e soprattutto per merito di chi non vi avrebbe scomesso un sesterzio (e di chi preferisce attribuire la sua vittoria all’altrui mediocrità piuttosto che alla propria); Bersani, a sua volta, esprime esternazioni deliranti (sature come e più di prima di metafore incomprensibili) a disagio com’è dentro le colpe di una parità che gli costerà cara; Grillo, dulcis in fundo, si è già erto a guru del nuovo ordine mondiale («il nuovo Presidente della Repubblica sarà eletto sul web», ha tuonato compiaciuto, per poi spararla ancor più grossa e proporre il nome di un Dario Fo che ha rifiutato tempo due secondi), mentre vengono a galla anzitempo le anomalie di un gruppo parlamentare del tutto privo di personalità politica: pare che alle consultazioni voglia parteciparvi lui in luogo del capogruppo.

Potenzialmente, si tratta di un disastro: stracciarsi le vesti paventando ironicamente fughe ed emigrazioni, di fatto, è il peggior modo di fronteggiarlo; ergersi perentoriamente sull’Italia “stupida” (sic), anziché farsi delle domande in favore di una più ragionevole riflessione, pure.

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