BERSANI PRIGIONIERO DI UNA VITTORIA INUTILE, GRILLO E BERLUSCONI ALLA FINESTRA

di Vincenzo Vitale – Sbollita l’emozione del dopo elezioni, può affermarsi che il New York Times, analizzando il risultato elettorale italiano, ha peccato per omissione. L’autorevoleimage quotidiano ha infatti affermato che i vincitori delle elezioni italiane sono Grillo e Berlusconi, ma ne ha dimenticato un terzo: Renzi.

Per comprendere fino in fondo perché, tentiamo una breve analisi della posizione di ciascun leader politico dopo la tornata elettorale, cercando di evidenziare i vantaggi e gli svantaggi che siano derivato al partito che dirige.

Grillo. E’ certamente il più autentico vincitore, non solo perché ha ottenuto un esito, dal punto di vista numerico, superiore ad ogni aspettativa, con oltre centosessantas fra deputati e senatori, ma anche perché è riuscito nell’intento di scardinare le acque stagnanti della politica italiana.

Al di là insomma del numero dei parlamentari ottenuto, da oggi nessuna forza politica potrà fare a meno di misurarsi con le esigenze rappresentate dal movimento delle cinque stelle.
E tuttavia, anche per Grillo non saranno soltanto rose e fiori. Infatti, già emergono i primi malcontenti della sua base elettorale, fortemente marcata dalla sua origine di sinistra. Infatti, di fronte all’offerta di Bersani per una collaborazione parlamentare, Grillo ha risposto rudemente apostrofandolo quale un “morto che parla” : ne viene lo sconcerto di tutti coloro che, pur essendo di sinistra, hanno preferito votare per Grillo invece che per il PD.

Non solo. Anche fra gli eletti comincia a serpeggiare qualche mugugno, in quanto le bizzarrie del comico genovese sembrano difficilmente canalizzabili all’interno del quadro politico istituzionalmente inteso. Si sa del resto che ogni eletto, nel nostro sistema, gode della massima libertà di movimento: chi mai potrà assicurare che alcuni fra gli eletti di Grillo, vista la mala parata, non pensi di migrare fra le braccia di Vendola o di Bersani, certo più programmaticamente rassicuranti ? Saprà Grillo evitarlo? E come ?

Resta comunque fermo che un’eventuale emorragia di parlamentari costituirebbe per Grillo il pericolo più esiziale, anche in prospettiva futura, per le prossime tornate elettorali.

Bersani. A vederlo oggi fa pure un po’ di pena. Convintissimo di una vittoria schiacciante, che avrebbe dovuto consegnare l’Italia nelle sue mani per un governo di cinque anni, spazzando via Berlusconi, si ritrova, come egli stesso ha detto, ad essere arrivato primo, ma “senza essere vincitore”.

Oggi, Bersani è come Pirro: prigioniero della sua vittoria. Solo che Pirro, preso atto di ciò che gli era accaduto, se ne tornò saggiamente in Epiro, mentre Bersani non sa letteralmente dove sbattere a testa.
Per un verso, infatti, sa che tocca a lui – e nessun altro più che a lui – l’incarico per formare il governo, ma, per altro verso, sa bene – e nessuno più di lui lo sa – che di fatto non esiste un percorso che possa farlo approdare a tale risultato.
Per lui le possibilità sono tre, e ciascuna peggiore dell’altra.

La prima. Ricevuto l’incarico, Bersani cerca una maggioranza con Grillo. Ma, come si è già visto in questi giorni, si tratta di una via accidentata e per nulla sicura. Anche perché se, come pare, Grillo offrirà soltanto un appoggio esterno, il governo sarà ogni giorno a rischio, in quanto sottoponibile a continui ricatti.

La seconda. Ricevuto l’incarico, Bersani cerca una larga intesa con Berlusconi al solo scopo di eleggere il nuovo Capo dello Stato, riformare la legge elettorale, imbastire qualche intervento urgente e poi tornare a votare.
Ma anche qui, si tratta di una via pericolosa, per due motivazioni. Da un lato, perché Berlusconi, per Bersani, è un osso duro al quale si dovrà concedere molto, anche perché, dopo queste elezioni, il Cavaliere gode del vantaggio di una rendita di posizione. Dall’altro lato, perché votando fra sette od otto mesi c’è il rischio di un travaso definitivo dei voti del PD verso Grillo ( oggi il PD ha perso già oltre tre milioni di voti ) .

La terza. Bersani non riceve l’incarico, perché Napolitano preferisce, viste le grandi difficoltà, incaricare un tecnico al solo scopo di traghettare l’Italia verso nuove elezioni. E questa sarebbe davvero una offesa assai grave per chi , come Bersani, cavalcava già da mesi il vento della vittoria elettorale : roba da andare a nascondersi .

Ma è chiaro come la responsabilità di questa vittoria virtuale che diventa sconfitta reale non vada ascritta soltanto a Bersani, ma a tutta la classe dirigente del PD.
Solo politici politicamente miopi, come tali dirigenti hanno dimostrato di essere, potevano non comprendere che l’unica certezza per il PD si chiamava Renzi. Ed invece, appena questi ha fatto capire che faceva sul serio, sono scattati i meccanismi sovietici di emarginazione, retaggio ancora vivo della vecchia cultura comunista. Risultato: PD in gravissima difficoltà e Renzi alla finestra a godersi lo spettacolo da vero vincitore, in attesa di raccogliere i cocci del PD.

Monti. Superfluo, che, per lui e il suo attaccamento al potere, è aggettivo di terribile stigma, che lo condanna ad una assoluta inutilità. Infatti, quel pugno scarso di parlamentari che ha ottenuto non fanno gola a nessuno, dal momento che a nessuno servirebbero per raggiungere la maggioranza in Senato. A stento ha toccato la soglia minima dello sbarramento, a stento ha ottenuto perciò quel risultato: con molta evidenza l’elettorato lo ha congedato, stanco del servizio da lui reso a banche, finanzieri e grandi oligopoli internazionali. Paga il servilismo reso alla Merkel.

Fini. Scomparso. E’ stata punita la sua arroganza, il suo cinismo, la sua assoluta cecità nel non comprendere che Fini era Fini non per merito proprio, ma grazie a Berlusconi e soltanto a Berlusconi . Gli elettori lo sapevano e l’hanno dimostrato. Un grande vantaggio per tutti la sua uscita di scena, che si spera definitiva.

Casini. Da far ammattire. Per qual motivo il buon Casini abbia ritenuto necessario fidanzarsi con Monti non lo capirà mai nessuno. Eppure, permane l’impressione che lui coltivasse qualche cattivo presentimento, tanto da assicurarsi la poltrona attraverso la candidatura al Senato in ben cinque regioni diverse, per minimizzare il rischio della mancata elezione. Ha detto di aver fatto da donatore di sangue a favore di Monti, ma questo lo si poteva arguire anche prima delle elezioni. Bastava andare in giro, facendo il nome di Monti, per vedere la gente scappare di corsa.
La cosa davvero grave è che Casini ha donato a Monti non il proprio sangue, ma quello degli altri, vale a dire dei suoi candidati che appunto sono stati quasi tutti impietosamente esclusi.

Di Pietro. Finito, ma già da tempo, almeno dal momento dell’intervista a Report, quella in cui, in evidente stato confusionale, farfugliò “mia moglie non è mia moglie”. Le urne lo hanno soltanto certificato.

Rutelli. Non pervenuto.

Ingroia. Meritatamente punito dall’elettorato per aver cominciato la campagna elettorale mesi or sono con la toga ancora sulle spalle.

Berlusconi. Uno dei ( pochissimi ) veri vincitori, straordinario, inimmaginabile. Ha saputo recuperare in soli due mesi uno svantaggio di circa dieci punti; diceva la pura verità allorché affermava, fra le risa di Bersani e dei suoi sodali, che il centrodestra era ormai a ridosso del centrosinistra; ha sfiorato la vittoria numericamente intesa, ma ha ottenuto quella che più conta, quella genuinamente politica.

Adesso si trova in una posizione invidiabile, quella di chi può attendere che Bersani faccia la prima mossa e che forse si bruci definitivamente nel complicato confronto con Grillo.

Non c’è nulla da fare. L’immediato futuro sarà ancora berlusconiano. Ma inevitabilmente la più importante vittoria di Berlusconi sarà quando il centrodestra saprà camminare con le proprie gambe: non senza di lui, ma dopo di lui.

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  1. Leo Sorrentino 1 marzo 2013 alle 08:58 -

    E l'opzione n°4?
    E se si affidasse l'incarico di formare il governo al partito vincitore e non alla coalizione?

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