PDL: ANTROPOLOGIA DI PIAZZA DEL POPOLO

di Jackal – Piazza, bella piazza. Ci perdonerà Claudio Lolli se usiamo la sua canzone pacifista per parlare della manifestazione del PDL a piazza delpdl Popolo. Chi c’era? E’ cambiata l’antropologia pidiellino/berlusconiana? Chi sono i nuovi “mostri”? Commenti, risatine, sussurri, illazioni e seriosi editoriali hanno sempre un vizio d’origine: quello di avere un atteggiamento snobistico nei confronti di quel popolo, di considerarlo gretto, prezzolato, incolto, troppo compatto per essere vero.

Poche forche appese per gli odiati magistrati, la solita massiccia dose di berlusconismo, qualche spruzzata di anticomunismo e poi il tradizionale “blocco” di centrodestra, quello che non resiste al richiamo della piazza, alla chiamata alle armi, al profumo della battaglia campale prossima ventura. Sbagliano sempre, sbagliano ancora, sbaglieranno all’ infinito quelli che liquidano questi bagni di folla come il colpo di coda del berlusconismo fideistico.

Sbagliano a sinistra come a destra, visto che oggi a far compagnia ai vari Ingroia, Di Pietro, Flores d’Arcais e trombati vari, ci sono anche i militanti della neonata Fratelli d’Italia, almeno nella loro emanazione da social network, quasi sollevati dal non dover scendere in piazza a fianco dell’ex alleato, sdoganatore, capo partito Silvio Berlusconi.

Avremmo voglia di chiedere loro cosa sarebbe cambiato nell’ antropologia pidiellina in questi anni, dal milione di piazza San Giovanni ai duecentomila di Piazza del Popolo, numeri esclusi. Ne avremmo voglia per ricordare loro che le bandiere di Forza Italia ci sono state sempre, anche a partito sciolto, come c’erano quelle di Alleanza Nazionale; potremmo ricordare decine di slogan fra il ridicolo e il parossistico, roba da vergognarsene per l’eternità; potremmo rivedere i filmati di repertorio per capire quanto fossero più giovani e simpatici i Verdini, i Brunetta, i Cicchitto; potremmo anche discutere sull’abietto striscione napoletano che inneggia a “Cosentino libero”, visto che il variopinto e eterogeneo popolo del centrodestra è sempre stato un altalenante ricettacolo di giustizialisti e garantisti, nel quale “a saldi ben più vantaggiosi” era forse più facile convivere.

Forse i pidiellini napoletani erano più educati, politicamente, quando sfilavano col PdL al trentasette per cento? Ci sforziamo di capire perché ci si ostini a ingrossare di fatto il blocco di coloro i quali considerano “impresentabile” il centrodestra e i suoi elettori, identificandoli con Berlusconi e il PdL, non certo con le formazioni minori.

pdl2Le ultime elezioni hanno sancito, insieme a qualche milione di elettori persi per strada, l’innegabile verità che l’elettore di centrodestra si sente “polarizzato”, sceglie, pur fra mille perplessità, il partito e il leader che lo facciano sentire più vicino alla possibilità di governare l’Italia. E’ una logica elementare, bipolare, maggioritaria, ormai connaturata al nostro corpo elettorale, che ha disintegrato le velleità di gioiose macchine da forca come Rivoluzione Civile, balcanizzato la destra a destra del PdL, vaporizzato il Tulliani-partito, ridimensionato le ambizioni terzopoliste di un Centro appiattito sul “tecnicismo” montiano.

A cosa serve, allora, a destra come a sinistra, ignorare che questo blocco sociale di centrodestra esista ancora e si senta rappresentato, per mancanza di interpreti migliori, dall’unico che combatte come un leone, cioè Silvio Berlusconi? Tutti noi vorremmo che la successione a re Silvio fosse nei pensieri della classe dirigente, qualora ne esistesse una, ma allontanarsi snobisticamente dall’idea del grande partito popolare nel quale fondere le diverse anime del pensiero nazionale può essere un errore storico.

Un errore che non farà altro che marginalizzare la destra, impegnata a reinventarsi e ripensarsi piccola riserva indiana del pensiero rivoluzionario-conservatore, senza scommettere queste idee in una prospettiva di governabilità della Nazione, immaginando persino un centrodestra, prima o poi, deberlusconizzato. Inseguire l’homo novus, per ritrovarsi magari fianco a fianco con un “federale” Fiorito qualsiasi, o allontanarsi antropologicamente da quello che è stato l’elettore “diffuso” di centrodestra, anche per gli ex AN, non è una mossa intelligente, ma un clamoroso autogol.

Per rendersene conto bisognerebbe scrollarsi di dosso, ancora una volta e per sempre, i residuati di superiorità morale tanto responsabili delle sconfitte, o mancate vittorie, elettorali della Sinistra. E’ innegabile che nel calderone del centrodestra c’è stato e c’è tutto e il contrario di tutto, ma questo si sapeva già: allora tanto valeva dare ragione all’innominabile liquidatore di Alleanza Nazionale, tardivamente folgorato sulla via di Damasco e diventato antiberlusconiano dopo aver costretto il suo ex partito a confluire nel PdL.

Lui, l’innominabile, con un po’ di pazienza oggi sarebbe il Presidente del Consiglio designato, consegnando alla storia l’ennesima rivoluzione e la definitiva chiusura del nostro lunghissimo dopoguerra. Forse, col senno di poi e viste le scarse qualità dell’uomo e del politico, è meglio così, ma la parabola di Gianfranco serve a capire che i processi politici vanno analizzati e metabolizzati su tempi lunghi, senza lasciarsi vincere dai mal di pancia e dalle reazioni uterine, respirando spesso profondamente come accaduto in questi anni e analizzare lucidamente la situazione: spazi a destra del PdL ce ne sono pochi, anzi pochissimi, così come sarà complicato immaginare una formazione “pandestrista” che faccia convivere anime diverse, rissose e litigiose, mai capaci di stare nello stesso contenitore ormai dai tempi del Movimento Sociale di Almirante; al netto di Berlusconi, poi, sembra impossibile clonare l’idea di un altro centrodestra, già in parte o del tutto castrata dal mancato ingresso in Parlamento di Guido Crosetto, ultimo e solitario baluardo in FdI della possibilità, o meglio dell’effettività oltre le dichiarazioni ufficiali, di sognare “un altro centrodestra”.

E allora? Allora bisogna guardare in faccia quel popolo, quello dell’omonima piazza, quello che vuole sentirsi parte di un grande partito popolare, piuttosto che di una piccola realtà di testimonianza, cercando disperatamente le ragioni che uniscono anziché quelle che dividono, proprio adesso che la posta in gioco è più alta, con il continuo inseguimento alla schizofrenica politica grillina del tanto peggio, tanto meglio.

Vi fanno così schifo quelli di Piazza del Popolo? Allora dovrete accontentarvi di una Lucia Annunziata qualsiasi, svegliarvi ogni mattina, guardarvi allo specchio e ripetervi come un mantra: “sono un impresentabile, ma non ditelo a nessuno”.

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