MARO’, ITALIA vs INDIA: LA PARTITA INFINITA

di Mariel Attianese – Continuiamo a tenere i nostri occhi costantemente puntati su New Delhi per non far spegnere i riflettori sul caso marò. Notizia del giorno è che l’Alta Corte indiana ha designato il giudice Amit Bansal, già magistratomaro_girone_latorre capo della Corte Metropolitana di New Delhi, quale responsabile del tribunale ad hoc che è stato istituito, di concerto con il governo locale, per esaminare il caso dei due militari italiani e per decidere se la competenza spetti alla giurisdizione indiana o a quella italiana, come in effetti dovrebbe essere in base alla Convenzione ONU sul Diritto del Mare.

Secondo la sezione 29 del codice di procedura penale indiano i tribunali istituiti ad hoc non possono condannare a morte gli imputati ma, ovviamente, a noi questo non basta per rassicurarci, visto che, non potendo questo di certo essere un giudizio super partes, si potrebbe sentenziare che la competenza spetti all’India e magari rimandare il giudizio ad altra corte senza limiti nell’ambito dell’applicazione delle pene previste dal sistema giuridico locale.

Ipotesi non del tutto improbabile, tenuto conto che il maldestro tentativo di arginare le polemiche fatto dal Sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, quando ha affermato di essere in possesso di una dichiarazione scritta nella quale il governo indiano si impegnerebbe a non applicare la pena capitale in caso di condanna, ha trovato immediata smentita nelle parole del Ministro della Giustizia indiano Khurshid che in un’intervista ha precisato che, come in un qualsiasi Stato in cui vige la separazione dei poteri, il potere esecutivo non può dare alcuna garanzia sull’esito di un processo.

Ma forse De Mistura, Terzi e lo staff di Monti che, nostro malgrado, continuano a fare danni all’Italia in nome di un potere che nessun italiano gli ha mai conferito, memori delle più note vicissitudini giuridiche italiane che vedono troppo spesso una magistratura politicizzata, questo fondamentale principio di garanzia che dovrebbe essere ben radicato in un qualsiasi stato di diritto, lo hanno dimenticato. La stampa estera, soprattutto quella indiana, nel frattempo, continua a deridere l’Italia per la pessima figura fatta dal governo dichiarando, dapprima, di non permettere a Salvatore Girone e Massimiliano Latorre di ritornare in India per essere lì processati, salvo poi accompagnarli su un aereo per New Delhi, con tanto di pacca sulla spalla, non appena le rappresentanze indiane hanno fatto la voce grossa obbligando l’ambasciatore, Daniele Mancini, a rimanere in India e minacciando di compromettere i futuri rapporti tra i due Paesi.

Addirittura, è possibile leggere articoli in cui campeggia l’espressione “piccola Italia” e nei quali si sbeffeggia il pavido operato del nostro governicchio che prima osa sfidare il colosso indiano e poi ne esce sconfitto e con la coda tra le gambe. Un’intera nazione irrisa a livello internazionale per colpa di pochi illustri incapaci, pure profumatamente pagati. Oltre al danno, la beffa… L’ennesima…

Interessante, poi, è il parallelismo con analoghi fatti che viene riportato proprio dalla stampa indiana. “The Asian Age” si chiede come mai quando quattro anni fa erano stati gli uomini della Marina Militare dello Sri Lanka ad uccidere otto pescatori indiani, il governo non avesse avuto lo stesso zelo nell’affrontare la faccenda nel momento in cui il governo della controparte aveva giustamente utilizzato il pugno di ferro per sottrarre i suoi uomini alla giurisdizione straniera.

Ci permettiamo di azzardare una risposta: perchè, probabilmente, all’epoca dei fatti lo Sri Lanka possedeva un Governo degno del nome… “Piove sul bagnato” non è solo un modo di dire che dipinge al meglio l’attuale situazione meteo del nostro Paese, ma sembra descrivere benissimo l’ultima notizia che ci è appena giunta proprio da New Delhi. Pare infatti che otto dipendenti indiani dell’ambasciata italiana abbiano citato in giudizio, previa autorizzazione del Ministero degli Esteri indiano, proprio il governo italiano, con l’accusa di presunta discriminazione per razza e nazionalità in quanto percepirebbero uno stipendio fino a otto volte inferiore rispetto a quello degli italiani svolgenti le stesse mansioni.

Vergogna nella vergogna. Di certo la reputazione italiana ne esce ancora una volta con le ossa rotte e, in attesa di sentire quanto riferiranno domani alla Camera dei Deputati il Ministro degli Esteri, Terzi, ed il Ministro della Difesa, Di Paola, speriamo che la notte porti consiglio e che i responsabili prendano atto di quanti danni stiano arrecando a Latorre, a Girone e a tutti gli italiani arrabbiati, anzi, incazzati, per essere immeritatamente derisi ed umiliati a causa di chi dovrebbe avere come priorità la tutela dei diritti e della reputazione dell’Italia.

A questo punto, sarebbero gradite e doverose le scuse e le dimissioni dei colpevoli ma, come abbiamo già avuto modo di vedere in questa triste vicenda, “mancò il valore”. La fortuna, stavolta, non serviva.

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