“CITTADINI” MANICHEI: GRILLO E’ IL BENE, BERLUSCONI IL MALE

È inspiegabile la tentazione di subordinare la credibilità dell’interlocutore alla scelta da lui compiuta alle urne: è semmai comprensibile subordinarla a come suddetta scelta è Grillo bermotivata. Per certi versi, è rispettabile persino la scelta di chi ha votato M5S: accettando (o forse ignorando) il rischio di una pericolosa deriva antidemocratica, ha preferito l’inesperienza dei nuovi alla triste esperienza dei vecchi. Chi ha scelto, “turandosi il naso”, i soliti noti dell’arco costituzionale, diffidando – a torto o ragione – delle nuove alternative (vuoi per le sfumature totalitarie di Grillo, per quelle giustizialiste di Ingroia, per quelle democristiane di Monti ecc…), ha stoicamente concesso l’ennesima opportunità a chi, da un ventennio, si è fatto prevalentemente gli affari e le autoconservazioni proprie.

Ma, ciò che differenzia gli elettori del Cinque Stelle da quelli di suddetti senescenti partiti, è la pretesa appunto totalitaria che tutti gli altri la pensino come loro. Pretesa, questa, prevalentemente assente tanto nella stragrande maggioranza di coloro che s’identificano nello schieramento di centrodestra – nei cui ambienti (con qualche eccezione, ovviamente) non si disprezza chi rema politicamente contro – quanto in quella di coloro che s’identificano nello schieramento di centrosinistra – anzi: rappresentando un paradossale unicum del mondo intero nonché mostrandosi in contrasto con la natura stessa della sua identità, la sinistra italiana è fiera di rivendicare alterità (culturale, antropologica) rispetto alla “massa”.

Per quanto gravi siano le colpe di chi, con alternanza, ci ha governato fino ad oggi (e ha avuto la faccia tosta di blindare il ricambio generazionale o di esibirne uno fittizio), quella del “partito unico” – ambizione diffusa di Grillo e dei suoi, che vantano uno slogan come “tutti a casa” (e chi dovrebbe fare opposizione?) –, come ci insegna la storia, è una soluzione tutt’altro che benefica e produttiva: eppure, screditare ogni giorno i giornalisti – categoria a cui appartengono Stella, Rizzo e tanti altri senza i quali i privilegi su cui è accomodata la “casta” sarebbero un urlo infondato del medesimo Grillo – così esigendo il monopolio della credibilità mediatica, è la palese dimostrazione che questo è l’obbiettivo del comico (sai che risate).

E veniamo adesso ad una questione altrettanto grave che accomuna, stavolta, tutto ciò che non è centrodestra (e che motiva la ridicola ostinazione di Bersani ad inseguire Grillo): vige una sorta di manicheismo a metà per cui unanimemente in B (Berlusconi) è riconosciuto il male assoluto; vige una sorta di discredito e disprezzo preventivo nei confronti di chi ha votato a destra. Dirlo, in qualsiasi ambiente, determina un’ aggressione collettiva e immediata, scherno, derisione.

Gli elettori del PDL (e affini) sono costretti a tacere, e tale atmosfera sembra un pericoloso deja vu. Sosteneva Ennio Flaiano che esistono due tipi di fascismo: quello propriamente detto e l’antifascismo; così è stato anche per due correnti che hanno dominato la Seconda Repubblica: l’antiberlusconismo milante, dogmatico – e soprattutto fuorviante – è il migliore alleato di B ed il peggiore dell’Italia: “eliminare” lui, capro espiatorio di ogni colpa, equivale nella pubblica opinione a risollevare le sorti dell’Italia (altro deja vu: Piazzale Loreto come risoluzione dei problemi). Che B abbia, da solo, “masticato” la Repubblica nel corso di un ventennio – che in realtà è un decennio: altra distorsione di un’informazione che, a dispetto di quanto sostengono le sentinelle della democrazia, gli rema anche e soprattutto contro – è considerato un dato di fatto, per quanto sia una posizione del tutto infondata.

Che B sia stato votato da ogni evasore e da tutti i mafiosi, o ancora da una maggioranza lobotomizzata dalla D’Urso e da Emilio Fede (sic), è un’offesa ai tantissimi che lo hanno scelto assolvendo le oscenità che poneva in essere in nome del fattore TINA (there is no alternative). I problemi dell’Italia sono altri (e per certi versi B li ha subiti: riformare un Paese corporativo come l’Italia è stata un’impresa fallita persino da Monti) ma scovarli imporrebbe di documentarsi: uno sforzo non da poco, in quest’Italia dove la passione prevale sulla documentazione e – più generalmente – l’emotività sul ragionamento.

Chi non ha votato B perché B ha promesso la restituzione dell’Imu è stato altrettanto superficiale e grossolano di chi l’ha votato per il medesimo motivo. Che poi sia sconvolgente che un quasi ottantenne sia ancora alla guida di uno dei partiti più influenti d’Italia, è cosa oggettiva: ma di questa anomalia B è il sintomo, non la patologia. Chi argomenta tirando fuori certificate e comprovate corrispondenze d’amorosi sensi con “ambienti” dai quali bisognerebbe stare alla larga (risalenti, peraltro, a tempo fa), commette l’ingenuo errore di ritenere che il raggiungimento del potere (da un lato e dall’altro), vent’anni addietro, potesse prescindere dal mantenimento dei contatti con “personalità poco accademiche”: e questa non è né un’apologia, né un’assoluzione; è semmai un’amarissima constatazione. Eppure è semplice mitigare tale amarezza con un mero dato di fatto: per meriti diffusi, dal ’94 in poi, sono state mozzate le principali teste della “piovra” (per quanto ancora la situazione sia tutt’altro che rassicurante).

Chi, ulteriormente, continua a demonizzarlo aprioristicamente e irrazionalmente, in realtà non fa altro che legittimarlo: la storia insegna che chiunque venga crocifisso alle proprie colpe da una massa furiosa non può che destare simpatie.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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