NAPOLITANO BIS: L’INGRATITUDINE DELL’ITALIANO MEDIO

imagedi Alex Minissale – L’inedita e stupefacente rielezione del Presidente della Repubblica, verificatasi nell’ambito di un contingente già complesso di per sé, ha generato tre distinte categorie di malcontento.

IL MALCONTENTO BECERO – Si origina dalle gravi lacune culturali di chi lo esprime. Attecchisce in prevalenza nei miliziani antiberlusconiani in servizio permanente effettivo. A loro dire, cotanto presidente, s’è macchiato dell’imperdonabile colpa di aver promulgato ed emanato atti legislativi di derivazione berlusconiana (come se egli avesse potere di veto, e non – semplicemente – la non irrilevante responsabilità di accertare che nei testi approvati dalle camere non si profilino aspetti di palese illegittimità costituzionale). Una colpa ulteriore di Giorgio Napolitano – sempre a detta di suddetti incontentabili miliziani – è quella di aver chiesto alla Consulta di esprimersi in merito alle intercettazioni che lo riguardavano, nell’ambito dell’ormai celeberrimo “Processo sulla Trattiva”. La Consulta – la Consulta, appunto, non di certo un avamposto berlusconiano – ne ha imposto la distruzione, incontrando pure il recentissimo avallo della Corte di Cassazione (altro celebre e luminescente baluardo del berlusconismo armato).

IL MALCONTENTO EVERSIVO – Per quanto tenda a sovrapporsi alla precedente tipologia di malcontento, se ne differenzia in seguito a due peculiarità: mentre il primo si manifesta prevalentemente online, il secondo si identifica nella mobilitazione fittizia (in nome di tale malcontento, infatti, sono state paventate “Marce su Roma” poi involutesi in retromarce); in secondo luogo, il malcontento in questione – a differenza del precedente – non mira a mettere in dubbio la credibilità istituzionale di Giorgio Napolitano, bensì la costituzionalità della sua avvenuta rielezione, che rappresenterebbe un vero e proprio golpe (cioè: chiamano “golpe” la democrazia; un atteggiamento non poco preoccupante). La rielezione, per quanto inedita, è astrattamente ammessa, né vi sono gli estremi per affermare che la prassi si sia cristallizzata in una “convenzione costituzionale” (per quanto, a detta di taluni, vi sia una parte della dottrina che la pensi così). Chi ha sposato tale tipologia di malcontento, inoltre, tende a rammentare compulsivamente che fu il medesimo Napolitano ad escludere categoricamente la possibilità di una sua rielezione: come se essa fosse ascrivibile alla sua “incoerenza” (sic) e al suo delirio di onnipotenza, e non – invece – alla sua profonda sensibilità istituzionale e costituzionale, in nome della quale ha sacrificato la “pretesa” che le cose andassero come sono da sempre andate nella storia della Repubblica, e cioè la “pretesa” di accomodarsi legittimamente su una senescenza serena e sullo scranno di senatore a vita che gli sarebbe spettato.

IL MALCONTENTO COMPRENSIBILE – Chi è riconducibile a questa tipologia di malcontento, non esprime insofferenza verso la figura di Giorgio Napolitano, bensì – comprensibilmente – verso le circostanze che ne hanno determinato la rielezione. È infatti semplice constatare che il rinnovamento del parlamento, anziché risolvere lo stallo, lo ha aggravato. È tutt’oggi in carica l’esecutivo nominato dal precedente Capo dello Stato, che è stato a sua volta riconfermato al Colle. Eppure, nello sforzo di inquadrare la metà piena del bicchiere, si realizza quanto più disastrose sarebbero stati gli esiti se avesse trionfato una delle alternative: Romano Prodi, uomo di esiguo carisma, scarso consenso e abbondanti precedenti tutt’altro che edificanti (fra cui – è opportuno ricordarlo – una seduta spiritica), avrebbe fatto strame della credibilità del Paese, oltreché aggravare lo stato di instabilità con la sua acclarata e popolare impopolarità; Franco Marini, alternativa forse più credibile, risultava comunque indebolito dalla recente bocciatura in Abruzzo; Stefano Rodotà, anch’egli alternativa non oscena, è stato candidato da un esiguo conclave di anonimi navigatori che non sapevano nemmeno chi fosse (e che di fatti gli hanno preferito Milena Gabanelli e Gino Strada), né come riuscire a imporre un’intesa al PD – per quanto si trattasse di un loro uomo – dopo avergliela negata (con umiliazione annessa) per due mesi interi; su Anna Maria Cancellieri, infine, non si è verificata convergenza alcuna. Stracciarsi dunque le vesti di fronte una circostanza simile, nel complesso, è comprensibile. Non lo è non riconoscere che la rielezione di Giorgio Napolitano, nella sua provvisorietà, rappresenti la toppa migliore al vuoto che da qualche mese a questa parte affligge le istituzioni. Indirizzare poi la propria frustrazione verso chi, a suo discapito, si è addossato le conseguenze dell’incompetenza della classe politica, e non appunto verso quest’ultima, oltre ad essere sintomo di smodata ingratitudine, è segno di conclamata stupidità.

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La Redazione di Meridiana Web Magazine

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