“IL CASO NICOLÒ POLLARI”: LA VERSIONE ALTERNATIVA DI A. CHIRICO

di Alex Minissale – Del caso Pollari è (più o meno) nota la versione «ufficiale»: Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, avrebbe appoggiato il sequestro dell’imam egiziano Abuimage Omar, così consentendo agli uomini della Cia di violare la sovranità nazionale e meritando – di conseguenza – la condanna a dieci anni di carcere; Abu Omar, sequestrato appunto da dieci agenti della Cia (e un maresciallo dei Carabinieri) circa un decennio fa, non appena saputo di suddetto verdetto, si è premurato di esprimere solidarietà a Pollari: e «la presunta vittima che esprime solidarietà al suo presunto carnefice» è solo uno dei tanti paradossi che caratterizzano la vicenda.

Più che versione ufficiale, questa, sembrerebbe semmai la vulgata superficiale, o perlomeno è questa l’impressione cui va incontro chiunque si avventuri in un seppur minimo approfondimento. Esiste, infatti, una ricostruzione alternativa del caso Pollari, che non ha avuto la sua genesi dalla becera dietrologia che alimenta sovente qualunque versione alternativa – anzi, in questo caso è più dietro logico l’impianto accusatorio posto in essere che la versione alternativa in questione –, ma che è semmai poggiata su un’attenta e meticolosa analisi di tabulati, intercettazioni e, più generalmente, atti processuali.

Questa tesi è stata ben cristallizzata in un ebook a firma di Annalisa Chirico (firma di Panorama), titolato appunto «Il caso Nicolò Pollari». In estrema sintesi, a detta dell’autrice – la quale premette di aver espresso comunque il suo punto di vista (per quanto avvalorato da atti processuali), così guadagnandosi un merito non da poco, specie se raffrontato al metodo di celebri giornalisti che strumentalizzano materiale processuale per accreditare come oggettive le loro psicosi – a detta dell’autrice, si diceva, non c’è una prova che dimostri che Abu Omar sia stato sequestrato con il tacito consenso di Pollari; esistono semmai prove inequivocabili – riportate nell’ebook – che Abu Omar fosse un doppiogiochista più che un terrorista, e che come tale sia stato «reclutato» e non sequestrato.

Va specificato che Nicolò Pollari «ha raccolto attestati di stima e riconoscimenti da parte dei governi dei principali Paesi non solo occidentali»; non a caso, molti – fra cui il saggista Edward Luttwak, che ha firmato la prefazione – ritengono che per merito di Nicolò Pollari, e non in seguito alla scarsa rilevanza della nostra nazione o per caso fortuito, in Italia non si siano verificati quegli attentati invece verificatisi in Inghilterra (Londra) o in Spagna (Madrid). In tal caso, si starebbe mettendo alla sbarra non solo un uomo innocente, ma anche un servitore dello stato meritevole di aver salvato centinaia se non migliaia di vite.

Come mai le intercettazioni telefoniche (ovviamente pubblicabili) che ha riportato nella prima sezione del suo libro – e che dimostrano in maniera inequivocabile il ruolo doppiogiochista di Abu Omar – non hanno avuto rilevanza probatoria alcuna (assieme a tanto altro materiale depositato agli atti a suffragio di questa tesi)?

A favore di Pollari convergono parecchi documenti, tanto sulla controversa figura di Abu Omar, quanto – soprattutto – sui suoi “anomali” rapporti con i servizi segreti stranieri, documenti che tuttavia non hanno vantato un’attenzione concreta da parte dei giudici. In secondo luogo, è stato trascurato il ruolo svolto dalla Digos e dai Ros, aspetto sul quale io, invece, mi sono soffermata: nel mio libro, infatti, è ravvisabile una critica a come il processo – “lo strano processo”, come da me definito – è stato svolto. Nella condotta dei magistrati è rinvenibile, a mio avviso, un pregiudizio rispetto all’imputato Pollari, nonché – mi permetto di dire – un fine che è diverso dal mero accertamento della verità.

A cosa si riferisce?

Non si può non rilevare che l’inchiesta sul cosiddetto rapimento di Abu Omar s’inserisce in un clima ben preciso: la retorica antiamericana, in quegli anni, era vigorosa al punto da materializzarsi in vere e proprie manifestazioni di piazza; in S. Berlusconi, l’allora capo dell’esecutivo, si scorgeva unanimemente l’amico di Bush Jr, colui che aderì senza reticenze a quella “Coalition of the willing” che partì alla volta dell’Iraq. Le venature antiamericane, dunque, non sono una mia forzatura, né è infondato asserire che il caso Pollari sia diventato più che altro un processo al segreto di stato: basti pensare alle posizioni espresse dal pm Spataro in merito alle extraordinary rendition; basti pensare ai dubbi dallo stesso espressi in seguito alla concessione della grazia al colonnello Romano (un atto dettato da una precisa e nobile ragione di stato, che pure è stato accolto male, fra gli altri, anche da Vendola, da Sel e – più generalmente – da molti settori della magistratura); basti pensare, ancora, a quanto sostenuto dal procuratore generale De Petris – e anche da alcuni commentatori di Repubblica, come riporto nel libro – i quali, giunta la sentenza di condanna in appello per Pollari, espressero “sollievo”, essendo stata emessa – la sentenza – prima della pronuncia della Consulta in merito al conflitto di attribuzione: dal loro punto di vista, dunque, la presunta violazione dei “diritti umani” è prioritaria rispetto al segreto di stato, e su di esso deve far premio.

Come mai il “Segreto di Stato”, apposto da tre esecutivi di diverso orientamento – Berlusconi, Prodi e Monti – e certificato persino dalla Corte Costituzionale, ha addirittura compresso il diritto di difesa di Pollari (il quale, di fatto, non ha potuto chiamare nessuno a testimoniare in suo favore, né ha potuto esternare rivelazioni a sua discolpa, in quanto congelate appunto dal Segreto di Stato), e non ha invece vincolato i magistrati, i quali, come scrive, si sono presi la libertà di fare domande su questioni coperte da omissis e di assumere verbali illegittimamente?

Innanzitutto, è cosa oggettiva che nel processo d’appello “bis” siano stati usati verbali d’interrogatorio. Ne è testimonianza, in particolare, una nota del primo Febbraio 2013, proveniente dalla Presidenza del Consiglio e trasmessa a tutti gli imputati del Sismi (nota integralmente riportata nel libro): in essa si ribadisce che i magistrati della Corte d’appello non possono utilizzare quei verbali degli interrogatori coperti da segreto di stato, verbali che pure erano stati precedentemente assunti.

E come è possibile che nessuno sia andato incontro ad alcun tipo di sanzione o conseguenza? È surreale…

Surreale, sì, ma non stupefacente. È sufficiente citare, ad esempio, tutte le volte in cui intercettazioni o verbali ancora coperti da segreto istruttorio finiscono sui giornali: in quel caso, in teoria, si dovrebbe indagare affinché venga scoperto e sanzionato il responsabile della fuga di notizie. Mi preme specificare che, negli Usa, un magistrato del quale venga accertata la responsabilità in merito a divulgazione di materiale coperto da segreto, viene accusato di ostruzione alla giustizia e rischia d’incorrere ad una condanna fino a vent’anni. In Italia, invece, può persino accadere che i magistrati della procura di Palermo intercettino illegalmente il Presidente della Repubblica – intercettazioni di cui la Consulta ha di recente disposto la distruzione – senza che nessuno paghi; Ingroia, oggi, pretende di continuare a tenere le redini di un movimento pur pretendendo, al contempo, di scegliersi la sede nella quale tornare a fare il pm. Né paga chi, come Woodcock, dispone provvedimenti di carcerazione preventiva in seguito ad accuse che poi – come sovente accade – si rivelano infondate. Che esista una categoria, quella dei magistrati, del tutto esente da qualsiasi forma di responsabilità disciplinare e civile, è un’anomalia controproducente, così com’è anomalo che ai magistrati sia attribuito il compito di controllare se stessi.

È contraddittoria la condotta di un Paese che condanna gli 007 americani – per quanto coperti da immunità diplomatica – e poi pretende che gli venga riconosciuta la giurisdizione relativamente a un delitto verificatosi in acque internazionali?

Più che altro, è facile comprendere come Napolitano abbia graziato un militare coperto da immunità diplomatica – Jospeh Romano – per evitare che questi venisse sottoposto alla nostra giurisdizione; ed è impossibile, d’altro canto, non vedervi un link con quanto sta accadendo in India ai danni dei nostri Marò: anche in quel caso, infatti, si tratta di militari coperti da immunità. Se mi è concesso un inciso, poi, mi preme esprimere un giudizio di demerito per come la vicenda dei Marò è stata gestita. Uno dei principi fondamentali del diritto internazionale statuisce che «pacta sunt servanda» («i patti devono essere osservati»): paventare un non ritorno, a dispetto della parola data e con l’ambasciatore a rischio d’arresto, è stata una follia che ci ha condotto sull’orlo di una crisi internazionale di ragguardevole portata. Oggi, sulla vicenda dei Marò, si confrontano due linee (ne scrivo sul numero di Panorama in uscita): quella dell’ambasciatore Mancini, che ambisce ad un accordo in base al quale, nella probabile eventualità di una condanna, i Marò possano scontare in India i primi mesi di carcere e in Italia i restanti; quella di De Mistura che, secondo alcuni rumors, sta irritando gli indiani, essendo il suo approccio – a quanto pare – meno pragmatico.

A proposito della grazia (concessa, come detto, a Romano, e cioè l’americano che contribuì materialmente al sequestro), lei si chiede se esista la possibilità che venga concessa anche a Pollari; si risponde che è difficile prevederlo, essendo il mandato di Napolitano agli sgoccioli e ignoto il suo successore. Ora che Napolitano è stato riconfermato, la grazia è di nuovo diventata probabile o la questione verrà sommersa dalle mille altre priorità?

È difficile prevedere la condotta di Napolitano; tuttavia, non sono affatto sicura che Pollari accetti l’imminente prescrizione. Sono certa, invece, che non sarebbe contento di essere destinatario di un provvedimento di grazia, anche perché – e lo cito – quando una persona è innocente la grazia non può di certo alleviare la sofferenza conseguente all’ingiustizia subita.

Al termine del suo libro, citando la prefazione di Edward Luttwak (e riferendosi implicitamente ai dati che ha raccolto dall’inizio della sua carriera), inserisce il caso Pollari nel più ampio «contesto “esotico” e francamente allarmante dell’attuale sistema giudiziario italiano». Cosa si aspetta dal ministro della giustizia che verrà? (il nuovo esecutivo non si era ancora insediato, ndr)

Le carceri italiane sono state dichiarate illegali dalle giurisdizioni internazionali, inclusa la corte europea dei diritti dell’uomo. Mi aspetto dunque che ritenga prioritaria questa urgenza, essendo fondamentale che lo stato italiano rientri nella legalità. Ritengo l’amnistia la misura più immediata per affrontare la questione. I dati sulla recidiva, inoltre, ci dicono che più carcere significa meno sicurezza. Si registra, relativamente al chi sconta la pena in carcere, una recidiva del 70%; per chi la sconta a casa, in seguito a misura alternativa, la recidiva scende al 20%. Questo significa che bisogna minimizzare il ricorso al carcere (specie nell’ambito delle misure preventive).

Qui di seguito il link per acquistare l’ebook

http://magazine.panorama.it/instant-book/caso-nicolo-pollari

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