FASSINA, IL FISCO E LA POLITICA DEI PROCLAMI

Basterebbe farsi un giro nel sito delle agenzie delle entrate per sapere se evadono più i ricchi o i poveri, i assemblea nazionale del PDparrucchieri o gli imprenditori, i siciliani o gli emiliani. Ma poco importa: parlare a vanvera e per slogan ad effetto è ormai diventata la specialità unica dell’universo progressista, che inscena da parecchi mesi un canovaccio già consunto – dichiarazione, presa di distanza, puntualizzazione – così alimentando fuochi sterili, utili solo a far passare in secondo piano urgenze più concrete ed impellenti.

Certo, è indicativo che le medesime parole vennero tempo addietro pronunciate pure da Berlusconi, mentre è consequenziale che adesso parecchi esponenti della sinistra inflessibile danno a Fassina del berlusconiano: come se si trattasse di addurre attenuanti o persino alibi agli evasori (tutti di destra, ovvio), e non di una semplice ovvietà statistica, realistica, ma comunque inappropriata. Perché poi è con la realtà che bisogna fare i conti, non con la comunicazione: si evade per necessità e per egoismo, ma comunque si evade – e in misura spropositata – dunque dovrebbe bastare questo a comprendere che anche il sistema fiscale rientra nel novero delle urgenze più immediate e che c’è poco da puntualizzare.

Ma poco importa pure questo, importa semmai spettacolarizzare perfino la lotta all’evasione fiscale – blitz cinematografici a Cortina, Dolce&Gabbana, sospensione dell’Imu, puntate a tema di Pomeriggio 5 con indigente annesso – mentre ormai da lustri imperversano tanto gli artigiani che dichiarano dodicimila euro l’anno e girano in Ferrari, quanto gli imprenditori costretti a licenziare pur di non evadere.

Il problema, dunque, è agli occhi di tutti: la pressione fiscale è elevatissima e grava sulle spalle dei soliti noti, mentre i servizi pubblici sono pessimi e a scoraggiare il ceto imprenditoriale e gli investitori stranieri ci si mettono anche l’oppressione burocratica e l’ormai proverbiale inaffidabilità dei tribunali. Dopodiché il fatto che una dichiarazione così ovvia sia valsa un tale clamore per i media e la letale scomunica della Cgil per chi l’ha pronunciata, dimostra non solo che la realtà italiana è tutt’altro che edificante, ma anche che nessuno vuol farci i conti, con tale realtà: è più comodo indulgere nella solita e popolare condanna senza se e senza ma dell’evasione tutta, senza tuttavia agire per fare qualcosa di concreto ed effettivo – e non di esclusivamente spettacolare – ai danni degli evasori.

A livello propagandistico, infatti, le hanno già sperimentate tutte: dai sereni e mnemonici slogan per cui «se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti», alle più emotivamente forti sequenze di parassiti. Ma la verità è che un Paese in cui l’evasione costa 272 miliardi – e i servizi pubblici sono pessimi e il fisco porta via metà stipendio – è così sociologicamente ineducato e così politicamente inetto che mai qualche slogan e due pubblicità progresso saranno bastevoli ad arginare il problema.

Il problema, invece, va arginato colpendo tutti e spettacolarizzando poco (un clima da caccia alle streghe è utile solo a stimolare la già galoppante invidia sociale e nulla di più), indagando in egual misura sul rilascio degli scontrini e sui panfili ormeggiati a Porto Cervo. E occorre fare in modo che la lotta all’evasione non sia il dibattito di un giorno o il trend di un mese, ma una battaglia costante ed efficace finalizzata a ridimensionare (anche a lungo termine) il problema, e non a quelle fiammate emotive cui ormai siamo assuefatti.

Nel frattempo, i proclami veri ma parziali, gli spunti di riflessione come quello in questione, utili ad infiammare il dibattito e a capire quanta ipocrisia e mediocrità vi siano nel PD, si potrebbero benissimo eludere o anche evadere: di evasione s’è già parlato abbastanza, è giunto il momento di agire; che il PD sia saturo di ipocrisia e mediocrità, invece, lo si è capito da parecchio tempo.

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"

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