I DANNI DI UN PRIVILEGIO: COSÌ I PARVENU ROVINANO I CONCERTI

 

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Il golfo che imperversa e l’Etna che se la gode a svettare e sbuffare: non esiste scenario più suggestivo del teatro antico di Taormina. Taormina, appunto, il gioiello principe di una regione – una nazione – che si ostina a non massimizzare e capitalizzare la vocazione turistica che suo malgrado si ritrova.

Quanto a rovine greche, poi, Stendhal (e Goethe al suo seguito) aveva già capito tutto, tutto quello che parecchi settentrionali, accorsi in massa da ogni dove in occasione del live acustico di Cesare Cremonini, avranno senz’altro capito all’imbrunire di ieri sera. Un concerto, in genere, non è riconducibile alla categoria dei fenomeni, essendo semmai una lunga emozione della durata media di due ore: e le emozioni – si sa – si vivono, non si raccontano.

Non è dunque la passione per il distruttivo (a discapito del costruttivo) che spinge chi scrive a tacere di ciò che è accaduto sul palco e straparlare di ciò che è accaduto in prima fila: trattasi semplicemente dell’impossibilità di raccontare l’uno e dell’esigenza indifferibile di raccontare l’altro.

La prima fila, appunto, che spetta in genere a chi segue un’artista con ossessiva maniacalità, al punto da sedimentare di fronte al pc il giorno d’uscita dei biglietti di un concerto pur di ottenerla (se si tratta, come nel caso in questione, di tribuna numerata). E pazienza, dunque, se capita che la prima fila risulti dalla prima ora inaccessibile a chi non vanta le giuste entrature. Ma chi le vanta, e siamo al punto, si permette persino il lusso – termine non casuale – di fare esibizionismo.

Dunque: l’atteggiamento, ieri, non era quello di chi giunge e siede con indifferente gratitudine per il privilegio ottenuto, bensì quello di chi vorrebbe accomodarsi in una ipotetica nemesi storica, per la quale l’alta aristocrazia – entro quell’anacronistico sistema di pensiero per cui il ceto o il censo si fanno beffa del merito – trasfigura la sua superiorità sulla plebaglia persino nei posti a sedere di uno spettacolo, così come avveniva nel mondo classico.

Eppure cotanta fauna da prima fila sembrava esser uscita dal repertorio di Carlo Verdone più che dal parterre di una commedia plautina: Lacoste con alligatori da far invidia a Missione Natura, colletto all’insù a inscenare una disinvoltura poco credibile e – soprattutto – griffe immense a testimoniare uno shopping enormemente dispendioso. Beninteso: non si tratta della diffidenza anti-capitalista e anti-materialista ai danni di chi produce ricchezza – chi produce legalmente ricchezza, per converso, va lodato –, ma della disapprovazione ironica di quel provincialismo che la ricchezza non la produce ma la esibisce pacchianamente; e si sa: chi, con particolare verve, esibisce griffe ed entrature in vetrina, di solito ha il magazzino vuoto.

Fin qui la constatazione per così dire sociologica, tutto sommato irrilevante. Rilevante, invece, dovrebbe essere quella più meramente logica: quegli ultra quarantenni che monopolizzano la prima fila col volto e l’entusiasmo di chi si è ritrovato ad assistere per caso alla performance di un muezzin con la raucedine (con sbadigli annessi e labbra serrate: mica conoscono le canzoni), ecco, sarebbe parecchio demotivante in primo luogo per l’artista – specie se si tratta di uno come Cremonini, che saltella persino sulle note di Vorrei – ; e quanta illogica pretestuosità, poi, nel pretendere che suddetto tedio e suddetta mestizia vengano estese anche a coloro i quali tali parvenu dell’economia nostrana hanno soffiato via la prima fila: oltre il danno, dunque, la beffa.

Ma l’apparenza è cosa effimera, e la nobiltà e l’opulenza vistosa la cui ostensione è stata riposta nelle dimensioni delle griffe, è crollata sic et simpliciter allorquando s’è rivelato necessario tirar fuori l’elemento che davvero ed autenticamente rivela la collocazione sociale di qualunque soggetto: l’approccio con gli estranei, l’intelligenza emotiva e relazionale, l’educazione quale inequivocabile testimonianza di ciò che accade entro le mura domestiche (o savoiarde che dir si voglia).

Spiace dunque constatare che si trattasse solo di apparenza, quando uno di questi tizi coi colletti sovversivi ha intimato ad un ragazzo seduto in seconda fila di immobilizzare gli arti per non arrecargli disturbo (ad un live acustico di Cesare Cremonini, mica ad una rappresentazione dei Carmina Burana): quando questi, il ragazzo, obbiettò a ragione che si trattava di una richiesta non conforme ai più elementari principi della logica, il parvenu rispose con la minaccia di uno schiaffo oltremodo veemente: dinamica che si addice più ad un estortore che all’alta borghesia o al gran duca di Toscana.

Insomma, siffatta aristocrazia estetica, che vive il teatro come un rito laico e la prima fila come palco dal quale esibirsi (e non punto di vista dal quale guardare l’esibizione vera), andrebbe ostracizzata o quantomeno relegata alla prima della Scala, laddove è possibile colmare l’essere poco con l’apparire tanto: a meno che da quelle parti non passi Enrico Lucci a portare la sua usuale ventata di amara realtà. Per adesso tale prassi è destinata a reiterarsi: il concerto inteso come noioso vezzo, come metodo ordinario per dar senso al biglietto ricevuto gratuitamente dall’assessore, dunque come privilegio. E alla base di ciò, per di più, c’è la medesima mentalità a causa della quale il turismo non decolla nonostante tutto, come si diceva.

Contro tale zavorra poco si potrà fare e per di più a lungo termine. Per chi invece vuol sentirsi d’altro ceto pur essendo antropologicamente contadino (con rispetto della categoria), nulla è irreversibile: lui chiami un maestro del galateo che lo vestirà… Come una stella di Broadway.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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