CROCETTA: IL GATTOPARDO DI QUESTA TRISTE ESTATE

Crocetta

Il Gattopardo, in Sicilia, ha dismesso la sua funzione sociologica o financo profetica, per rivestire, con piglio ormai definitivo, il ruolo di massima antropologica. In primavera occorreva che tutto cambiasse – e di fatti tutto è cambiato: l’ascesa regionale (per di più anticamera e presagio di quella nazionale) del M5S proprio nella Sicilia della mafia, delle connivenze, delle infiltrazioni, dei concorsi esterni e del clientelismo; il primo sindaco omosessuale d’Italia diventa il primo presidente omosessuale, e soprattutto figura effeminata oltremodo ansiosa di esibire le proprie movenze, il primo presidente omosessuale dichiarato della regione Sicilia, regione che in quanto mediterranea sopporta tutt’oggi il retaggio arabo del machismo e del maschilismo, quella pesantissima zavorra a causa della quale parecchie bellezze di paese sacrificano l’adolescenza coprendo le proprie grazie e scoprendo i piaceri poligamici dei propri aguzzini (secoli di emancipazione gettati alle ortiche così). Tutto, dunque, cambiò, e sedimentò istituzionalmente nel rivoluzionario e ormai proverbiale «modello Sicilia». Tutto cambiò eppure nulla mutò, e dunque diciamola tutta: che tale cambiamento fosse solo parvenza fu più o meno palese sin dagli inizi; sin da quando, cioè, il candidato Governatore si mise a foraggiare quel quotidiano, per poi far pellegrinaggio, da neopresidente, dall’editore del suddetto (…).

Forse davvero è riduttivo relegare Sciascia alla sola letteratura o al solo giornalismo: fu profeta e medico del presente anch’egli, quando vergò «I professionisti dell’antimafia» sbagliando il soggetto ma non l’oggetto della questione. Perché non può che essere tale, non può che essere un professionista chi, sotto i riflettori dell’Europa tutta, viene incoronato attivista antimafia – e perfino eletto presidente della regione in quanto tale – pur avendo affittato e abitato «a sua insaputa» l’appartamento belga del predecessore, del quale tacciamo i gravi capi d’imputazione (così rigettando il metodo Travaglio, che si fa beffe della presunzione d’innocenza) ma rispetto al quale, e su questo non si può tacere, Crocetta aveva proposto di marcare una discontinuità, se non una rivoluzione, sebbene condividesse con lui perfino gli “appoggi”. Altrettanto professionista è chi, in medesima misura, deve all’antimafia quella celebrità che pure non è stato in grado di capitalizzare in termini elettorali (bocciato!), e dunque fugge dalla Val D’Aosta – il glaciale prezzo da pagare, o meglio, che avrebbe dovuto pagare per averci provato –  per tornare nella rovente trinacria, là dove lo attende una poltrona offertagli dal presidente di cui sopra.

Dopodiché basterebbe fare due nomi – Franco Batttiato e Antonio Zichichi – per comprendere che davvero tutto è cambiato, ne basterebbe un altro per comprendere di converso che nulla è mutato: basterebbe, cioè, il nome della sua (di Crocetta) segretaria, venuta in supplenza del suddetto Battiato, che pure pare inesperta quanto e più di lui. Il Governatore, per giustificare l’afflusso turistico oltremodo insoddisfacente, se l’è dovuta prendere con le politiche tariffarie di Alitalia, per di più approfittandone per formulare la solita boutade rumorosa quanto basta per garantirgli qualche prima pagina: qualunque siciliano un minimo assennato, di fatti, realizzerebbe che vagheggiare di far volare l’Ast (Azienda Sicliana Trasporti) è pura ed irrealizzabile comunicazione. Così come è mera comunicazione, ma assai meglio riuscita, quella con cui venne annunciata a suon di fanfare di stato «l’abolizione delle provincie»: plausi, clamore, la sublime sensazione che per un volta e davvero fosse la Sicilia a dettare i tempi al resto del Paese. Tutto, ancora una volta, cambiò: eppure nulla mutò, tant’è che perlomeno fino al 31 Dicembre le provincie quelle sono e quelle restano; occorre semmai, entro quella data, legiferare seriamente, se non fosse che per adesso si pensa e si parla di Casinò a Taormina e altre trovate mediaticamente rumorosissime. A settembre, intanto, quelle provincie in merito alla cui abolizione – finta – s’è cantato anzitempo vittoria, quelle provincie rischiano di non far aprire le scuole, non sapendo dove andare a scavare e scovare i fondi, dopo tagli e finanziarie catastrofiche: un’urgenza impellente di cui non si parla affatto.

Di Muos, invece, se ne parla abbastanza. Se ne parla perché è in quel contesto che s’è innescato il primo vero e proprio cortocircuito fra Rosario Crocetta e la sua platea elettorale, che per la prima volta ha assaporato il tradimento: sono scesi in piazza gli alfieri della falce e del martello – tutto documentato – assieme ai soliti facinorosi che, come sempre, erano lì per caso; sono scese ancora parecchie casalinghe, tipologia in pantofole e sovrappeso, inclini appunto a mobilitarsi allorché c’è di mezzo un dispositivo meno nocivo di un microonde, eppur così reticenti se si tratta di antenne di telefonia mobile, non di rado istallate sui tetti delle loro case (con l’entrata mensile che ne consegue…), o semplicemente di allontanare nottetempo il dispositivo dal comò, di tenerlo lontano dalle parti sensibili. Siffatta mobilitazione, dunque, per siffatto dispositivo, mentre le estorsioni galoppano e tutto tace, mentre – infatti – non s’è ben capito se quelle «infiltrazioni mafiose» di cui ha straparlato il Presidente fossero solo i termini di una sua strategia per screditare il movimento, o magari fossero concrete e reali quanto lo furono quelle che inquinarono i forconi (… Messinscena orchestrata ingaggiando gli stessi attori – alfieri, facinorosi e casalinghe – e rivolta allo stesso target di indignati a cottimo, i medesimi che il 19 Luglio accorrono in via D’Amelio attenti a vigilare sulla memoria di Paolo Borsellino, e lo fanno boccheggiando spinelli). E non solo: facendo quel passo indietro, Il Governatore s’è messo contro, oltreché la maggioranza del suo elettorato, anche quella sparuta e stravagante minoranza di post-fascisti che condividono l’antiamericanismo con l’estremismo equivalente: lo condividono in quanto tutt’oggi memori del determinante sussidio che gli yankee diedero alla scalmanata (e non di rado fascista anch’essa) controffensiva resistenziale nostrana; lo condividono in quanto rancorosi in seguito alla disinvoltura con quale i suddetti spadroneggiano dalle nostre parti, perché in fin dei conti “patria” è al secondo posto nella loro ancora vigente triade di priorità, sebbene facciano tanto i nostalgici delle due Sicilie.

Ma le due Sicilie non ci sono più, né torneranno; c’è tuttavia Napoli, che è tornata un po’ a esser Sicilia: anche lì un narcisista di lungo corso ha inscenato l’illusione – già al tramonto – di una rivoluzione, anche lì si possono scorgere elementi sufficienti ad elevare il luogo a metafora – e torniamo a Sciascia un po’ distorcendolo – dell’Italia tutta. Quell’Italia che sbaglia per inosservanza assoluta e peggiora le cose tentando di rimediare. Linguisticamente e caratterialmente, l’Italia di Caccamo, per dirla con Annalisa Chirico. L’Italia dell’autorità che anticipa le motivazioni di una sentenza non ancora depositata e, nel disperato tentativo di rimediare, smentisce, ignaro che vi sia l’audio dell’intervista, per poi lasciarsi sfuggire  che colui che l’ha tradito «se fa il giornalista lo deve soltanto a me». L’Italia della disinvolta e folcloristica e vernacolare noncuranza, con altrettanta noncuranza rattoppata – e mai toppa fu peggiore del buco nella medesima misura – o meglio, con quella tendenza alla menzogna così ingenua da far quasi tenerezza.

La menzogna, appunto, che è il medesimo mezzo col quale il Governatore ci ha ingannati tutti. Era una menzogna, quella della rivoluzione. Perché scrivendo di questa Sicilia, così come scrivendo del resto del Belpaese, si ha come l’impressione di far semplicemente letteratura, di grattare solo la superficie di quel sistema d’ingiustizie ormai patologicamente sedimentatosi in istituzioni e burocrazia. E non ci si riferisce ai criminali, agli estortori, ai corrotti: statistica vuole che siffatte categorie abbondino ovunque. Ci si riferisce piuttosto a quanto corruttibili siano i padri di famiglia desiderosi semplicemente di un’entrata fissa e di serenità, a quanto lo siano i sacerdoti e i funzionari e gli amministratori che “sistemano” cugini e cognati nelle partecipate e al municipio. Non ci si chiede dunque quanti criminali vi siano, ma quanta criminalità latente risieda negli onesti. Fino ad allora, fino a quando non si troverà risposta, tutto potrà cambiare – e tutto, di fatti, è cambiato – ma nulla cambierà mai.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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