LA PIAGA SI RIPETE: STADI IN MANO AGLI ULTRAS

Due episodi, dolosamente taciuti dai media tradizionali, hanno durante le scorse settimane turbato la sensibilità sportiva dei pochi che ne sono venuti a conoscenza. Teatro di entrambi – ma è un caso – è lo stadio Meazza di Milano: un tifoso di nome Edoardo Brugnatelli ha acquistato due abbonamenti, uno per lui e l’altro per il figlio, ignaro che fossero troppo vicini alla curva degli ultras; giunto allo stadio per vedere Inter – Juve, trova occupati i due posti che gli spettavano; gli steward fanno spallucce, la società inter gli suggerisce di «rivolgersi ai capi ultras». Durante la medesima partita, dopo la rete del pareggio firmata da Arturo Vidal, parte un raid punitivo dalla curva nord (semplicissimo scavalcare la barriera e la blandissima opposizione di uno steward) e un tifoso bianconero colpevole di aver esultato troppo si ritrova suo malgrado sepolto da venti – venti – ultras rabbiosi che non hanno lesinato percosse.

È paradossale come allo stadio possa simultaneamente manifestarsi l’essenza genetica  dello sport  (la competizione in luogo dello scontro)  ed il suo contrario (lo scontro in luogo della competizione), a causa di ferini branchi di facinorosi il cui incremento – dati alla mano – corrisponde, nell’ultimo triennio, ad una non indifferente disaffezione dei tifosi caldi e tiepidi, che la partita preferiscono guardarla da casa (su dieci tifosi, la metà sono militanti, ultras). Gli stadi sono dunque assediati da tali fondamentalisti del pallone,  il cui fanatismo, peraltro, risulta psicologicamente meno comprensibile tanto di quello ideologico – per tramite del quale, ai tempi, s’inseguiva l’utopia del benessere terreno – quanto di quello religioso – per tramite del quale, tutt’oggi, si persegue la salvezza ultraterrena –: entrambi gli alibi, che tali in ogni caso restano, appaiono più nobili della fede cieca per ciò che, in fin dei conti, altro non è che una società che persegue prima di tutto – prima di qualunque filosofia compatibile col concetto di vittoria – la massimizzazione degli introiti.

Poi, certo, vi si può “speculare” e ci si può intrattenere con discorsi che trascendono la sfera strettamente sportiva, che riguardino tanto una squadra nella sua interezza (attribuendole un’anima specifica e suggestiva, non per questo irreale) quanto i calciatori nelle singole individualità (la topica dell’eroe negativo, del bad boy, o quella dell’eroe positivo che nel tempo libero serve alla mensa dei poveri e via dicendo). Ma davvero occorre essere, oltreché insondabilmente mediocri e sotto-acculturati, anche dei casi clinici, per fare di una squadra non una «devozione» come legittimamente fa la maggior parte degli italiani, bensì un fondamentalismo, una militanza in nome della quale campare e sedare nel sangue l’antagonismo.

Per questo il loro trasfigurarsi da carnefici omologati e mascherati in vittime che periscono sanguinando sotto le manganellate delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, per quanto testimoniato da immagini emotivamente forti, non dovrebbe commuovere o suscitare l’empatia di nessuno: se non fossero loro sotto i manganelli, ci sarebbe un tifoso troppo esuberante o un equivalente di una squadra antagonista – in tal caso la rabbia sarebbe pressoché nulla: che si ammazzino fra loro – sotto le loro nocche e le loro ginocchia.

Si tratta esclusivamente di violenti che egemonizzano le curve e gli spazi limitrofi, così precipitando gli spalti in una condizione non di illegalità bensì di extralegalità, di anarchia effettiva, dove vige la legge del più forte ed è pertanto il branco ad assumere il comando – e in ciò i suoi componenti trovano il riscatto sociale (sarebbe interessante uno studio sociologico che spieghi il motivo per cui abbiano tutti la testa rasata – il calcio in sé non sottende ideologica alcuna – e i mestieri che esercitano in prevalenza).

Gravano sulle autorità competenti l’onere ed il dovere d’imporsi, a costo di militarizzare nuovamente gli stadi, e farli presidiare dalle forze dell’ordine in luogo di quegli inoffensivi steward di matrice anglosassone che, semplicemente, non possiamo permetterci.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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