GLI ULTIMI DELIRI DI BEPPE GRILLO

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Ci sarebbe tanto, tantissimo da obbiettare in merito a questa riedizione di Beppe Grillo, ancora una volta smanioso di riflettori come una primadonna. Riflettori, per l’appunto: altro che web.

Del resto fu proprio la sua assenza strategica (leggi presenza permanente) dal piccolo schermo a far oltremodo lievitare i consensi nell’ambito della scorsa tornata: furono cioè quegli stessi giornalisti che addita come «servi» – servi e cattivi, avvezzi ad alterare le altrui dichiarazioni tramite montaggi manipolatori – a garantirgli un bacino di visibilità elettorale incisivo se non determinante. Eppure Grillo persiste nella sua – strategica anch’essa? – campagna di discredito ai loro danni, fintamente ignaro che alla stampa (e non ai «cittadini» o a qualsivoglia altra categoria della retorica grillina) è imputabile il merito di aver messo la Casta (copyright Stelle&Rizzo, giornalisti, ndr) al cospetto di quegli stessi privilegi sulla cui furiosa e demagogica demonizzazione ha poi edificato la propria campagna elettorale. E chissà se in suddetto tentativo di discredito non si celi il subdolo obbiettivo di monopolizzare l’informazione, propinando come “credibile” esclusivamente il proprio blog – i suoi fedeli, del resto, s’informano e formano lì e solamente lì: non a caso sono omologati tanto per contenuti quanto per metodo, sovente sottoacculturati e pertanto predisposti al plagio.

Ci sarebbe dunque tanto, tantissimo da obbiettare sulla ridicolaggine ravvisabile nell’invocare l’impeachment del Capo dello Stato, sulla disarmante illogicità insita nell’argomentare che nel ’91 lui lo invocò a sua volta ai danni di Cossiga (e dunque?), sulla disdicevole e parodisticamente eversiva campagna denigratoria posta in essere contro Giorgio Napolitano.

Ci sarebbe ancora tanto, tantissimo da obbiettare sulla sfacciatezza conservatrice riscontrabile nel voler insistere col Porcellum, così da poter ancora manipolare perbene quel caravanserraglio di beoti scelti sul web da quattro gatti, utili solo ad arricchire il repertorio di Corrado Guzzanti .

Ci sarebbe tantissimo da obbiettare, infine, su come Grillo possa predicare l’istanza di sovvertire la Costituzione financo nel suo primo articolo – perché questo vuole fare Grillo: sostituire definitivamente la democrazia rappresentativa con quella diretta, così prefigurando una dittatura della maggioranza e avallando un metodo  (quello del suffragio “online”) già dimostratosi fallace, nonché strutturalmente contrastante con la democrazia per com’è adesso.

Ma Grillo manifesta insofferenza per l’attuale  assetto della Costituzione anche nell’ambito di uno dei suoi istituti fondamentali, e cioè il divieto di mandato imperativo sancito dall’articolo 67 – che pure imbracciò tre anni fa per chiedere le dimissioni di Gianfranco Fini (e, almeno per una volta, una delle sue istanze fu condivisibile) e che, a dirla tutta, si configura come ostacolo al già analizzato piano di tenere strette le redini del gruppo parlamentare che capeggia.

Il paradosso, dunque, è che pur eccependo alla Costituzione siffatti – a suo dire – vizi strutturali, ne decreta con enfasi la sacralità e l’intoccabilità, non infinito tempore  (cosa che sarebbe comunque ridicola) bensì a tempo determinato: sin quando, cioè, non riesca a raccattare una maggioranza bulgara così da poter essere il solo a metterci mano – e, Dio ce ne scampi, non accadrà mai: mai si realizzerà il totalitarismo a cui Grillo ambisce –, e allora sarà la “rete”, formula che tutto vuol dire e non vuol dire nulla, a stabilire in cosa e come riformare la Costituzione.

E fu così che Grillo compì il paradosso supremo: invocare appunto la sacralità della Costituzione paventandone una modifica strutturale sostanzialmente anticostituzionale.

Ma mica lo sanno, i suoi fidi proseliti, le sue pattuglie di squadristi online suscettibili come casalinghe isteriche allorché la Parola del grande capo viene messa in dubbio: sono, oltreché mediamente sottoacculturati, oltremodo presuntuosi (si atteggiano come se su di loro fosse scesa chissà quale pentecoste) perché poi  «il potere dell’agitatore è di rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui», come constatò Karl Kraus un secolo fa.

E se è vero che la storia si ripete sempre due volte (la prima volta come tragedia, la seconda come farsa), è parecchio divertente assistere a questo aborto di dittatura 2.0, è politologicamente interessante come il popolo che ne potrebbe determinare la genesi sia politicamente analfabeta al punto da non rendersene conto. 

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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