L’ETNA, CHIELLINI E LE DUE SICILIE: MERIDIONALI NEL PALLONE

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Sua maestà l’Etna tarda a riassopirsi: dopo essersi destata da sogni inquieti ed aver metallizzato edifici, Suv e utilitarie, continua a non trovare la quiete perduta, sicché sbuffa a intermittenza nubi di cenere affascinanti benché inquietanti.

Esclusivamente inquietante, invece, è il revival di certa retorica regionalista indirettamente innescatosi dal suddetto risveglio vulcanico e, più direttamente, dall’affaire Chiellini e da quello delle «due Sicilie» – vicende limitrofe non solo cronologicamente. Ma andiamo con ordine.

Il web, come del resto la realtà di cui è specchio, è gremito di schiantati; ma la realtà ha rispetto al web un vantaggio immenso: la dimensione spaziale. Gli schiantati, intimoriti dalla censura sociale, se ne stanno appunto chiusi nelle loro individualità – o ben che gli vada in un centro sociale – per poi cercare una parodia di riscatto in quel tempo senza spazio (quel tempo liquido, per dirla con Bauman) che è il web: e allora disseminano compulsivamente trappole – sotto forma di provocazioni – nella disperata speranza di aggregarsi ad altri schiantati, nella spasmodica attesa che qualcuno ci caschi.

E così, in quel rifugio di estremismi che è sono i social network, una comunità di schiantati neo-nazi-secessionisti ha dato vita ad un gruppo che, già titolandosi, si auspica una imminente e catastrofica eruzione vulcanica che mummifichi la Sicilia tutta e i siciliani con essa. E i siciliani (o meglio: una parte di essi, quella iperconnessa), puntualmente, sono caduti nella trappola: segnalazioni di massa, petizioni online, sdegno collettivo.
Questa fiera mobilitazione informatica non ha sortito un cambiamento che fosse uno, né ha raggiunto il fine alle base della sua ragion d’essere (gli alti ma friendly vertici del social network hanno ritenuto che non ci fossero i requisiti per intervenire); ha semmai punzecchiato i nervi scoperti di una pigrissima isteria campanilista e, quel che è peggio, rivelato che tanto il gruppo quanto i suoi attivi detrattori altro non sono che le facce opposte di una medaglia unica: chi infatti s’è insidiato nella pagina a mo’ di cavallo di troia – gesto già discutibile di per sé –  non ha argomentato eccependo la ridicolaggine di istanze simili nel 2013, bensì insultando i gestori mediante la volgare (nella forma, non nella sostanza) rivendicazione della propria “sicilianità” – atteggiamento che tradisce, come vedremo, un latente complesso d’inferiorità.

Non meno turpe, poi, è stato il già accennato affaire Chiellini: coi soliti epiteti da curva nord – ma gli spalti, si sa, sono un territorio meravigliosamente extralegale, ancorché trasposti nelle nostre bacheche – ci si è adoperati nella criminalizzazione collettiva del calciatore (colpevole di aver fratturato il perone di Gonzalo Bergessio, in seguito ad un intervento pressoché inutile durante Juventus-Catania). Beninteso: i supporter del Catania, quelli autentici al pari di quelli che lo sono per obbligo contrattuale, hanno piena titolarità di enfatizzare – financo di alterare – la realtà delle cose; il tifo calcistico è, per sua stessa definizione, oltremodo fazioso, illogico, irrazionale (“tifo”, etimologicamente, significa febbre). La critica, infatti, è rivolta all’ipocrisia di chi, “simpatizzando” e non tifando per il Catania, si unisce a gran voce al coro di disapprovazione levatosi ai danni di Chiellini. Non è la sensibilità sportiva il suo movente: se lo fosse, anziché eccepire ad un difensore un fatale quanto inutile «eccesso di zelo», starebbe ancora lamentando l’incompetenza di chi, nella medesima giornata, ha arbitrato Fiorentina-Napoli – il direttore di gara, oltre a graziare colui che ha commesso un fallo in area non concedendo il rigore (il danno), ha ammonito per simulazione colui che il fallo lo ha subìto, cosi determinandone l’espulsione (la beffa).

Né, appunto, è la vicinanza affettiva al Calcio Catania a determinare la disapprovazione di questi catanesi a cottimo, altrimenti qualunque presunto torto subìto dal Catania innescherebbe siffatta insurrezione a cadenza settimanale – e così non è: dunque gli utenti in questione mascherano di solidarietà per la “vittima” il loro rancore per il “carnefice” (la sempre e comunque impunita Juventus); quindi, ipocriti a loro insaputa, non solo ostentano un senso d’appartenenza che non hanno, ma lo strumentalizzano ai fini di una causa ai loro occhi superiore – che poi, seguendo le loro logiche, è la faida fra Torino e Milano: un affare tutto settentrionale.

Queste vicende, già vecchie di una settimana o forse più, testimoniano un sentimento sociale attuale più che mai: in questo compulsivo ribadire d’esser orgogliosamente siciliani, altro non si legge – come si diceva – che un remoto complesso di inferiorità, se non anche il rifiuto categorico di qualunque forma di autocritica storico-sociologica. L’insorgere di qualsivoglia senso di colpa lo si narcotizza con la fiera enumerazione degli eroi nostrani – basti per tutti il binomio Falcone&Borsellino – pur dalle masse riconosciuti e acclamati come tali solo post-mortem; la pigrizia con cui si fronteggia la criminalità odierna la si assolve con la demonizzazione della mafia che fu (o, ben che vada, di Fabrizio Miccoli).

Chi scrive è siciliano, quindi si tratta fondamentalmente di un mea culpa. Spiace solo constatare come qualunque dibattito concernente la regione siciliana sia stato degradato a schiamazzo da domenica pomeriggio o – peggio ancora – a patetica retorica di appartenenza. Solo gli schiantati, oramai, sono in grado di stimolare una benché minima e non seria riflessione sul tema: è ormai di ieri il clamore esploso intorno ai neo-nazi-secessionisti di cui si diceva, ma è di oggi la sentenza (n. 24517/13) della sesta sezione civile della Corte di Cassazione che boccia le folli istanze di un Catanese smanioso di spartire la Sicilia in “Stato Sovrano Orientale” e “Stato Ordinario Sicilia”.

Ad oggi non ci restano che Rosario Crocetta (…) e l’amara constatazione che a più di 150 anni dal risorgimento, non solo bisogna ancora fare gli Italiani, ma è stata perfino disfatta l’Italia.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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