L’IMPERDONABILE COLPA DI PAOLO SORRENTINO

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Mentre la cinematografia d’oltreoceano s’impegna a vestire il reale di surrealismo – dalla beata stagione del soft power alla monotona e odierna era dell’anti-capitalismo un tanto al chilo – quella italiana fa l’esatto contrario, così macchiandosi d’una colpa imperdonabile: quella di non realizzare quanto dalle nostre parti (e un po’ ovunque) la realtà si presti ad esser sceneggiata meglio e più di qualunque finzione. Per farla breve, è di Sorrentino che stiamo parlando, emblema del regista che – per pigrizia professionale?, per confezionare cartoline folkloristiche di noialtri italiani che tanto piacciono altrove? – sceglie di riciclare cliché piuttosto che scorgerne di nuovi, preferisce inventare realtà inesistenti che risultano meno cinematografiche di quelle che giacciono a pochi palmi dal suo naso.

Ma non è presbiopia, quella di Sorrentino. È, si diceva, scelta deliberata: per far contenuto, giù di stereotipi logori e cliché in quantità – quella caviar left della retorica dell’impegno civile e della retrospezione rosea che è oggetto di scherno e satira sociale già da prima che Israele invadesse il Libano, quelle attrici di quart’ordine poco renitenti al pagamento dell’obolo del sofà, quella spogliarellista attempata affetta da malattia terminale, quel vertice d’alto clero interessato a gastronomia e carne – suvvia, che allegoria banale –; giù di finzioni prive di ragion d’essere – la direttrice nana di un settimanale improbabilissimo, un perdigiorno vanitoso che non s’è ben capito di chi o cosa sia parodia (a giudicare dagli aforismi, forse dell’utente medio del web?); giù di realtà e mondanità tutt’altro che capitoline – il chirurgo plastico che spaccia botulino e colloquialismi, la performance di arte moderna che così caricaturale neppure a Mai dire Gol, quella grottesca e inappropriata parodia di Madre Teresa, banalizzata in ossequio alla più corriva retorica della dissacrazione.

«Italy is a crazy country but is beautiful», proclamò cerimonioso Sorrentino ritirando il Golden Globe, ancorché consapevole di non potersi permettere siffatta osservazione, o quantomeno intimamente consapevole di far uso di una bassa strategia comunicativa per corroborare l’ingannevole equivoco, o l’equivoco inganno; «Italy is a crazy country but is beautiful» disse insomma Sorrentino, come se quella “follia” raccontata nel suo film fosse la reale follia che opprime l’Italia e l’Urbe in particolare, e non una sua personalissima nonché inspiegabile – nonché tutto sommato banale – proiezione di essa (e a questo ci si riferisce quando si dice che vuol spacciare per realismo il surrealismo). Nella sua concisione, il regista ha rasentato la millanteria: la «la decadenza» sociale, antropologica, raccontata nella sua Grande Bellezza è una decadenza fasulla, d’esportazione, meno cinematografica – si diceva – di quella che realmente ci affligge. Per intenderci: è come se uno scrittore decidesse di raccontare la Sicilia dei giorni nostri e si mettesse a raccontare atmosfere da padrino – scadute lustri orsono – infarcite di suggestioni pretenziose e surreali, anziché la convivenza e connivenza del popolo siculo non con una mafia specifica ma con una mafiosità diffusa, la crittografia della “ricotta” in luogo dei pizzini, le tutt’altro che lussuose botole nelle quali sono relegati i capimafia latitanti e decaduti, il business e il marketing della finta antimafia (fenomeno così poco d’esportazione che resta tutt’oggi incompreso alla stampa estera).

Eppure, sebbene il film si sia rivelato pessimo nel racconto della laidezza capitolina, lo stesso non si può dire – muovendoci su uno schema binario e manicheo – su come sia stata trasposta la “bellezza”: in altre parole, la scenografia è risultata migliore della sceneggiatura. L’albeggiare romano resta più suggestivo e mistico che qualunque panorama esotico – e per quanto albe e crepuscoli abbiano subìto la disastrosa inflazione figurativa conseguente alla massificazione della fotografia, rese sul grande schermo sono comunque risultate mozzafiato, a differenza della citazione di Céline piazzata all’inizio del film, che invece era carica di tutta la banalità conseguente alla massificazione della citazione; la maestosità classica della Roma antica – tale da far perder conoscenza ad un turista orientale –, contrapposta alla vacuità meramente commerciale dell’”arte” contemporanea (avamposto di sfruttamento minorile), è così ben resa da indurre un senso di colpa pressoché insostenibile in ogni spettatore un minimo sensibile – al pari della Roma invisibile, misconosciuta e non capitalizzata da noi Italiani che però poi esprimiamo indignato disappunto se riducono le ore di storia dell’arte.

Peccato che no, non è la grande bellezza il motivo del Golden Globe vinto da “La grande bellezza”, ma semmai l’incontro tra una forma di provincialismo ammantato di patria rassegnazione e tacita esterofilia e la fascinazione della stampa estera per la fustigazione dei costumi Italiani (a opera, ovviamente, di Italiani). Brandire dunque l’approvazione e gli entusiasmi della stampa estera – per di più con quel provincialissimo senso di rivalsa nei confronti dei critici e dei cinefili nostrani – come fosse la certificazione ultima di quanto il film sia un capolavoro, ecco, è quanto di peggio Sorrentino&Servillo potessero fare nell’accogliere il premio, specie se è così palese che le motivazioni per cui il film è stato apprezzato all’estero son le medesime per cui è stato disprezzato in madrepatria.

Quel provincialismo di cui si diceva, ancora, s’è manifestato giusto tre giorni fa, quando Toni Servillo ha liquidato una giornalista di Rainews24 mandandola al diavolo – mettiamola così, con un soave eufemismo – in diretta tv, dimostrandosi incapace di eludere qualunque obiezione non fosse l’elogio incondizionato degli allori. Guai a tirar fuori la tematica «polemiche», guai ad osservare – nessuno ne avrà mai il coraggio – quanto rasentasse il ridicolo la biascicata cadenza campana del suo personaggio. Sembra insomma che quanto stia succedendo intorno al film sia più rappresentativo dei malcostumi nostrani rispetto al film stesso.

Però Sorrentino ha vinto il Golden Globe, come De Sica, come Scola, come Tornatore. E adesso la Grande Bellezza è candidato agli Oscar. Da Italiani – ci dicono – dovremmo essere contenti: e lo siamo, se non altro perché in fin dei conti Sorrentino è un regista talentuoso, alle spalle ha di meglio (leggi Il Divo, o L’amico di famiglia) e – ne siamo certi – anche e soprattutto di fronte a sé. E da Italiani – ci dicono – dovremmo essere contenti della sua candidatura agli Oscar: e noi ci auguriamo con tutto il cuore che lo vinca, se non altro perché non sempre l’Oscar che premia un regista premia il suo film migliore.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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