LE VERITA’ DI BERLUSCONI SU GRILLINI E COMUNISTI

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Da Berlusconi a Beppe Grillo, l’umorismo da caserma è degradato a umorismo da taverna. 
Questo è quel che è accaduto a margine: in sostanza, invece, è accaduto che l’outsider vincente ieri era un imprenditore di prim’ordine – puntualizzazioni giustizialiste a parte – e oggi un comico di quart’ordine è un outsider perdente.

Tra Berlusconi e Beppe Grillo c’è la medesima escursione che intercorre fra un profeta e una chiromante circense (crac Parmalat a parte), sicché sarà facile dimostrare – nelle righe a seguire – quante verità il primo dicesse nei suoi flussi d’incoscienza a mezzo videomessaggio o in piazza e quante banalità abbia detto e continui a dire in piazza o in streaming Beppe Grillo, sciorinando i suoi deliri demagogici. A Beppe Grillo è rimasto, tragicamente, solo il solletico alla pancia emotiva, livorosa – e disinibita, in quanto anonima – del suo elettorato saturo di troll e schiantati cospirazionisti, mentre gli ex delusi democratici, magnetizzati da Renzi, fanno ritorno in patria dopo il grande esodo, biblicamente conseguente alle sei piaghe (da Occhetto a Epifani). Per fa quantità, dunque, a Grillo ed i suoi adepti non sono rimaste che le provocazioni alla Miley Cyrus. Ed è tutto pane per i denti di donna Boldrini, la quale – vittima ma anche e soprattutto vittimista –, lasciandosi andare al dolce piacere dell’iperbole, ha qualificato come «potenziali stupratori» i troll del web. Claudio Messora, responsabile della comunicazione del M5S al Senato, s’è premurato di specificare che, ancorché potenziale stupratore, la presidente avrebbe dovuto tranquillizzarsi in quanto poco attizzante. Poi ha eliminato il tweet, Claudio Messora, comunicatore ignaro della regola base della comunicazione online: l’eliminazione moltiplica la diffusione – versione digitale del più datato boomerang «censuralo e sarà best seller». Ma Messora – mensilmente retribuito per fare il troll, poi dice la disoccupazione – da tempo si porta dietro la fissa (per lo stupro) e la convinzione (che il web sia a matita), sicché risale al 2010 un post nel quale snocciolava le peggio fantasie erotiche ai danni di Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo: temendo l’indignazione retroattiva, il Messora ha modificato il post, così da renderlo virale tempo dieci secondi – secondo le più elementari leggi della comunicazione di cui sopra. Ecco, in siffatta caciara a noialtri estranei ad entrambe le sinistre (quella brutal-totalitarista grillina e quell’altra chic e democratica) è comunque toccato esprimere solidarietà a Laura Boldrini: è davvero spietata, del resto, la dinamica del metus hostilis.

«Siete, ancora oggi e come sempre, dei poveri comunisti» proclamò un lustro fa Berlusconi, e a noi viene in mente che è proprio spietata, la dinamica del metus hostilis, se ci induce a solidarizzare anche con Simone Cristicchi. Non solo da un decennio a questa parte il cespuglioso cantautore ci rifila lo stesso giro di fisarmonica, ma s’è pure permesso di firmare pezzi così orrendi – leggi «Prete», il testo sembra un quattro mani di Emanuele Filiberto e Piergiorgio Odifreddi – che nessuna «Studentessa universitaria» sarebbe stata in grado di riscattarli. Se non fosse che Simone Cristicchi, evidentemente non affiliato ad alcun conformismo post-ideologico (beninteso: tesserato ANPI), ha deciso di raccontare le foibe inscenando un musical sugli orrori dei comunisti titini – e l’irruzione dei cialtroni di «Firenze antifascista», per di più avallata da alcuni membri della suddetta socialmente e culturalmente utilissima ANPI, è stata puntualissima. Puntualissima e puntualmente documentata su YouTube – un avamposto di tecno-capitalismo, se si volessero attualizzare le loro astoriche logiche bacate –, con tanto di “Bella ciao” (!) in versione combat folk in sottofondo.

Ma tornando al porno, e cioè al M5S, ci sovviene che è proprio spietata la dinamica del metus hostilis, se in suo ossequio dobbiamo solidarizzare pure con Corrado Augias, colpevole d’aver demolito in mezzo minuto mezzora di Alessandro Di Battista. È stato perfino messo al rogo un suo (di Augias, non di Di Battista) libro, una mossa così strategicamente – oltreché culturalmente – esecrabile da avere il marchio dei “Forconi” e di chiunque non sia sagace al punto da realizzare che nell’Italia perbenista del «meglio un buon libro» (e pazienza se l’editoria è in crisi e non lo sarebbe se chi pronuncia questa frase poi leggesse effettivamente) non c’è cosa peggiore della carta rilegata che arde. E ci tocca esprimere solidarietà perfino a Daria Bignardi, barbaramente – barbaricamente – aggredita da Rocco Casalino (Bignardi vs Casalino, il Grande Fratello non è mai finito – ed entrambi sono stati consacrati al successo da reti latu sensu “berlusconiane”), personaggio con la diplomazia di Saddam e le labbra di Valeria Marini. La Bignardi è a dire di Casalino colpevole d’aver messo in imbarazzo Alessandro Di Battista – forsennatamente applaudito, dalla platea barbarica, per ogni sortita pateticamente populista e autocelebrativa – con una domanda sul padre fascista (uh, che vergogna). Tralasciando l’appalesarsi definitivo delle velleità totalitariste dei grillini – per i quali la stampa o è prona ai dogmi e agli esibizionisti pentastellati oppure è un disdicevole organismo del sistema da abbattere –, tralasciando che l’intervista in questione è stata a tratti perfino accomodante (un’intervista particolarmente ostile, semmai, è stata fatta a Matteo Salvini, senza che poi questi abbia piagnucolato e urlato al complotto e all’imboscata), ecco, tralasciando tutto ciò, ci si limiti a constatare quanto sia poco furbo eccepire alla Bignardi d’aver sposato il figlio d’un assassino se, stando alla spietatezza della verità processuale, è un assassino pure il tuo datore di lavoro.

Eppure, si diceva, è questo il rapporto dei Cinque Stelle con l’informazione, e scomodando la psicoanalisi il link col porno diventa perfino ovvio. Se qualche “cittadino” ha riesumato la vecchia insinuazione del traguardo politico a mezzo sesso orale – come ai tempi osò fare la pecora nera dei Guzzanti ai danni della meno sacra (rispetto le vestali democratiche) Carfagna –, allora egli ha ragione in tema di oralità ma non in tema di diagnosi: sono semmai i pentastellati ad essere nel pieno di quella fase orale di freudiana memoria, ubriacati dal tenero manicheismo per il quale esistono mamma e papà (rispettivamente: Casaleggio e Grillo), i “servi” della stampa e i paladini della libertà (rispettivamente: quelli che scrivono cose che non piacciono a loro e quelli che scrivono cose che a loro piacciono), un ego esclusivo e capriccioso che non riconosce né il tu né il vos o il nos – per gli elettori di grillo: prima persona plurale, non propulsivo illegale – e di conseguenza continuano a vellicare lo stato adolescenziale della politica nostrana (i “cittadini” sono estranei ai concetti di necessità politica, compromesso ineludibile, disciplina verbale, galateo istituzionale).

«I giudici e i pm ideologizzati sono una metastasi della nostra democrazia» sentenziò caustico Berlusconi, e ci sovviene il clamoroso fallimento del processo sulla strage di Via D’Amelio – mentre i fan d’Ingroia, perfino più agguerriti dei directioner, brandiscono la stampa illo tempore ostile a Falcone come se non fosse un’argomentazione a loro sfavore – come se non fossero, loro, eredi ideologici e metodologici di chi contrastò e ostracizzò Falcone. E, stando ancora al ’92, vien da piangere pensando a come Bettino Craxi mise tutti a tacere, allorché il sistema vacillava sotto gli avvisi di garanzia vidimati da un magistrato con le qualità dialettiche di un clandestino; e quanta mestizia, nel constatare che venne defenestrato lui – nonché condannato a morte – per far spazio, poi, ai post-analfabeti che brandivano il cappio (rivelatisi in seguito ladri come e più di Roma ladrona), a congreghe di giustizialisti laide e politicamente acerbe, a salumieri che sventolavano gloriosi fette di mortadella e – dulcis in fundo – a trentenni con la prossemica di Manuel Fantoni. Il parlamento ridotto a palcoscenico delle pantomime grilline, o meglio, di opera dei pupi, stante che di marionette si tratta.

«Mussolini fece anche cose buone» pontificò serafico – e abbondantemente fuori luogo – Berlusconi, e a noi sovviene il ritardo doloso con cui l’intellighenzia de sinistra ha realizzato che il Grillo è il grottesco ripetersi in qualità di farsa di quella “tragedia” che fu il fascismo. La marcia su Roma s’è replicata sotto forma di retromarcia, il futurismo s’è ripresentato vestito di bassa futurologia casaleggiante, il dannunzianesimo inteso – con la smorfia letteraria di voialtri benpensanti – come proto-fascismo ha fatto nuova epifania nella pietosa marachella di occupy Montecitorio, c’è Becchi al posto di Giovanni Gentile e Andrea Scanzi al posto di D’Annunzio.

«Mussolini fece anche cose buone» provocò Berlusconi, innescando stigmi unanimi. Grillo, invece, che ha fatto?

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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