DIBATTITO JUVE: COSÌ METTE A TACERE I DETRATTORI

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Nel De Bello Gallico Cesare vantava le qualità militari (e non solo) degli eserciti sconfitti per elogiare, indirettamente, se stesso e l’esercito di cui era a capo.

Ma Cesare era razionalità pura e freddissima, componente pressoché assente nel “tifo” – estremismo sempre più insopportabile – dove alligna, più che l’irrazionalità, la sua declinazione peggiore: la stupidità. Stupidissimi, dunque, i tifosi delle (ex) big decadute transitati per nulla (o transitati lungo la corsia preferenziale) nella truffaldina selva di calciopoli, che al cospetto delle disfatte europee dei bianconeri hanno sposato un sillogismo assai banale: se in Europa non vince né convince, la Juventus primeggia in Italia in virtù della mediocrità delle altre squadre più che della qualità propria.

Ecco, divorano puntualmente la Gazzetta dello Sport – che di fatti riesce a permettersi numeri da Fabio Volo in tempi d’ambasce editoriali – eppure gli italiani (anche quelli scolarizzati) trattano il calcio come la politica: la pancia prevale sullo spirito critico. Così è difficile spiegare loro che l’Europa è un’altra cosa, per tattica, impostazione di gioco e perfino atmosfera; è difficile spiegare loro che due mancati trionfi in Europa, dunque, non ridimensionano la qualità della squadra: semmai certificano l’inesperienza dell’allenatore. Perché poi, a dirla tutta, questo ergere il rendimento in Europa a parametro definitivo della qualità di una squadra sa molto di costruzione di un alibi: chi ha brillato più della Juventus in Champions League, pur conducendo un campionato poco brillante, in seguito all’ostruzionismo di quali oscure forze giace a metà classifica? Non esiste, allora, quella che gli assai espressivi giornalisti sportivi hanno battezzato «vocazione europea»? Alla luce di quale paradosso, infine, è “facilissimo” uno scudetto conquistato non prima dei novantatré punti?

Ma i tifosi delle big decadute sono accecati dal livore e dalla frustrazione al punto da far prevalere il tifo contro – che, al netto di ogni perbenismo, ha una sua ragion d’essere – sul tifo pro, salvo poi improvvisare un’autocritica fasulla e vittimista, nonché una deresponsabilizzazione tipicamente italiota: l’arbitraggio sfavorevole, il fuorigioco millimetrico, il gol valido annullato.

Perché poi va benissimo la compiacenza malevola se una squadra per la quale non si simpatizza viene buttata fuori da qualunque torneo d’Europa (la filosofia del tifare comunque un’italiana, si diceva, è solo perbenismo), ma non va bene cercare di razionalizzarla con semplificazioni quasi grilline; né va bene, a dirla tutta, continuare a insistere nell’associare alla legalità una squadra piuttosto che un’altra, far coincidere la verità processuale con quella storica – sovrapposizione che molto di rado è verace in questi processi spartiacque e parecchio glamour, tangentopoli docet – anche perché oramai, comunque la si pensi, la terza stella al petto della maglia bianconera è appropriata.

Ma la terza stella, che ora vale sia “sul campo” che al tribunale, produce mille rivoli di frustrazione che convergono, infine, in una sola furiosa figura: quella di Antonio Conte, il new comer, che ha preso ago e filo e cucito tre scudetti di fila sulla maglia della Juventus. Punzecchiato per un’intera stagione da personalità di dubbia autorevolezza e colleghi che non hanno più nemmeno la residenza in Italia, a dire dei detrattori stupidissimi di cui sopra avrebbe dovuto tacere e incassare come un Gandhi, perché reagendo come un Cassius Clay – ed echeggia il motto: il calcio non è affare per signorine – ha indossato le vesti del “vittimista” e dell’inesperto di comunicazione, e non è stato un “signore”. Stupidissima cosa è il tifo, e se sbroccando e deresponsabilizzandosi dopo la maledetta uscita dall’Europa League Antonio Conte ha sbagliato sul serio, è inutile tirar fuori le provocazioni dei vari Mourinho – manette figurate incluse – ai tempi e tutt’oggi ritenute gesta epiche, perché in materia di tifo (febbre, etimologicamente) vale solo la regola che prescrive che non ci sono regole, figurarsi quanta voce in capitolo abbiano i più elementari principi della logica.

Certo, l’arroganza bianconera paga pegno giusto oggi, giusto in tempi di Papa Francesco e Matteo Renzi, uomini dall’assunto intelligibile: bisogna cercare di piacere a tutti o quasi. Però davvero si sono appigliati a tutto, gli haters, pur di screditare e ridimensionare: ai trapianti di capelli, a beghe da Pomeriggio 5 – quanto è arrogante inveire sui drammi famigliari del portiere della nazionale pur di rendere più amara una vittoria aritmeticamente irrilevante? – e perfino ai bambini (i bambini!), colpevoli di aver urlato “merda!” al rinvio del portiere avversario: si affacciarono migliaia di pedagoghi e sociologi, allarmati dall’infame parolaccia (che appartiene a un rito praticato in ogni dove), distrattissimi quando un simpatizzante dell’Inter, usurpato del proprio posto e di quello del figlioletto regolarmente pagati, contattata la società si sentì rispondere – testuale – “parli col capo ultras”, o quando nello stesso stadio ebbe luogo un pestaggio da emorragia interna.

Insomma, potremmo star qui a sottolineare come il merito ulteriore della Juventus sia quello di essere il principale serbatoio della Nazionale – ipotesi corroborata dalla sovrapponibilità dei sinusoidi delle due squadre – o quello di far lievitare alle stelle parametri zero (quanto a relazione tra qualità e prezzo, i dirigenti bianconeri meriterebbero il ministero dell’economia), sta di fatto che come al solito la Juventus i detrattori li ha messi a tacere nel modo più efficace possibile: vincendo.

P. S. I due trofei d’Italia, ovverosia la Coppa Italia e lo scudetto, per adesso ci hanno fatto la figura delle vittorie mutilate, stante che il momento storico è quello che è: le curve hanno rubato la scena al campo, perché – come capita una volta ogni tot anni – una mattina ci siam svegliati e abbiamo realizzato che congreghe di ultras, per di più limitrofe ad ambienti molto poco accademici, detengono uno strapotere che non gli spetta e impongono agli spalti uno stato di extra legalità effettiva. Occorre militarizzare? Scimmiottare il modello inglese che ha narcotizzato una volta per tutte gli hooligans? Non sappiamo: sappiamo solo che se ne parla da anni e mai è stato preso un provvedimento che sia uno. Non ci resta che sperare che le cose cambino davvero, non ci resta che esprimere solidarietà alla vedova Raciti (la quale tutt’oggi deve sopportare il nome dell’assassino del marito in ogni prima pagina).

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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