IO NON VOTO BEPPE GRILLO: ECCO PERCHE’

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Terminato l’effetto assenza-presenza, le comparsate televisive del leader e del guru pentastellati si sono rese ineludibili. Sono seguite a numerose ospitate di tanti grillini istituzionali – le prime delle quali, non autorizzate, hanno determinato non poche epurazioni –, già dimentichi di aver illo tempore demonizzato gli old media (qualificandoli come avamposti di poteri talvolta tangibili talaltra fumogeni) oltreché averne seriamente messo in dubbio l’efficacia elettorale: Grillo&co sono perfettamente coscienti del fatto che in minima parte i loro successi sono ascrivibili al web e in massima parte alla tv.

Non bisogna affatto minimizzare la portata significativa di tali epifanie catodiche: sono più rivelatrici dell’essenza grillina esse che la condotta dei devoti a cinque stelle negli scranni parlamentari. Era di fatti prevedibile – e fu prevista – la linea tenuta dai suddetti: messinscene patetiche e di vaga rimembranza leghista, con gadget assortiti e slogan da piazza furente; rifiuto categorico del compromesso – strumento ineludibile in un multipartitismo esasperato quale il nostro sistema è – e sostanziale improduttività giustificata con una mole cospicua di ddl utopistici.

Del resto, al netto di qualche specificità sporadica, il M5S s’inserisce perfettamente nella categoria del catch-all party anti-sistema, tant’è che avendo un bagaglio ideologico pressoché nullo ospita elettori ed eletti di qualunque provenienza, uniti tutti da un coesivo decisamente effimero: la rabbia. Ci sarebbe anche da puntualizzare che la post-ideologia è ideologia a sua volta, ma per adesso ci fermiamo qui.

La novità, si diceva, la si riscontra in tema di media: l’auto-emarginazione è terminata per lo stesso motivo per il quale era cominciata (motivo che ha matrice strategica più che etica), sicché apparendo i grillini nei pollai – così definivano i talk-show – e i fondatori al cospetto di vecchi dinosauri della lottizzazione quali sono ai loro occhi Bruno Vespa e Lucia Annunziata, hanno negato parte della loro essenza e ammesso la contaminazione.

Nella fattispecie, l’intervista di Annunziata allo stravagante aiuto regista grillino Gianroberto Casaleggio è stata tutt’altro che interessante sul piano politico e complessivamente assai soporifera (tant’è che lo share l’ha bocciata). Il faccia a faccia tra Grillo e Vespa si presta invece all’analisi, ma anche in questo caso si tratta di conferme più che di novità. Nell’ammiraglia Rai ha trovato conferma definitiva il sospetto che l’interesse popolare per Grillo sia ascrivibile più alla forma – il registro comico – che ai contenuti: Grillo ha calato nella sua relazione con l’elettorato la strategia emotiva suggerita all’uomo per conquistare la donna («devi farla ridere»); è stata una scelta più fisiologica che studiata, stante che Grillo i panni del comico non li ha mai dismessi, li ha per l’appunto strumentalizzati – se non anche enfatizzati – a fini politici, generando talvolta situazioni non poco imbarazzanti: la commistione non regge perché un comico può ridicolizzare le istituzioni, un leader politico no.  Nulla di nuovo, ad ogni modo: non è una novità neanche che Grillo e i suoi adepti vacillino assai nell’ambito di un contraddittorio sereno, tant’è che se ne sottraggono o mediante l’assenza fisica giustificata col vittimismo («non ci vado perché conduce una giornalista bilderberg») o buttandola in caciara. Grillo, ieri, ha aggirato le obiezioni mediante una tecnica che gli è congeniale: con la gag e l’intrattenimento ha coperto il vuoto politico, ma la toppa ha lasciato parecchio a desiderare – i più hanno dato del gigante a Vespa, ed è tutto dire.

Ieri, come ha ben osservato Enrico Mentana, Grillo s’è altresì ammantato di moderazione apparente per ammiccare ai moderati – target prevalente della tv di stato e delle generaliste tutte – preoccupati dalle sue palesi velleità totalitariste: l’esperimento è in parte riuscito e in parte fallito, una platea scolarizzata riesce a guardare al di là dell’estetica e percepire la pericolosità potenziale di chi vorrebbe mandare «tutti a casa» fantasticando un monocolore o, peggio ancora, di chi vorrebbe lasciare la stampa tutta in mano a qualche gruppo di potere.  L’ulteriore conferma suggellatasi ieri è che quella di Grillo e dei suoi discepoli è una furia destruens che si spaccia per palingenesi: Beppe Grillo altro non è che la cruda trasposizione politica di quell’editoria anti-casta inaugurata – lodevolmente – da Stella&Rizzo. Tale metodo sulla stampa è informazione, sul piano elettorale è distruzione: se elevato al rango di registro politico, la demagogia anti-casta altro non fa che fomentare il livore sociale e metter su la dinamica del capro espiatorio (la classe politica tutta), che è dolce e seducente in quanto taumaturgica e autoassolutoria. E questo è Grillo: un professionista della distruzione del tutto incapace di costruire; non sono costruttive quelle fantasiose e utopiche proposte di cui si diceva, né sono capaci di costruire «i cittadini» o la congrega di nerd infiammati che a dire di Grillo – un dire molto poco credibile – pilota con un clic le scelte del movimento: essi s’informano e formano solo sul blog del loro gran visir, sicché di fatto sono loro ad esser pilotati; quand’anche prendessero una decisione antipatica a Grillo, questi disattende come ha disatteso allorché gli delegarono il dialogo con Renzi.

Per farla breve: alle Europee gli estremi primeggiano, tant’è che Renzi ha defenestrato Letta per far coincidere la luna di miele fra premier ed elettori con la data del 25 Maggio in luogo di un immobilismo che avrebbe avvantaggiato solo Grillo; questi, dal canto suo, ne è consapevole, e coadiuvato dalla solita giustizia ad orologeria radicalizza quanto più possibile lo scontro per marcare una discontinuità significativa fra sé ed il resto dell’arco costituzionale. Ma Grillo è il sintomo di un bipolarismo immaturo e malato che si spaccia per diagnosi: ammesso e non concesso che il parlamento sia presidiato dalla mafia in giacca e cravatta (come paventa ridicolo e sprezzante del pericolo Alessandro Di Battista), votarlo equivarrebbe a scegliere un macellaio integerrimo in luogo di un chirurgo corrotto.

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