IN DIFESA DEL COMPAGNO FAUSTO

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L’immagine di Fausto Bertinotti che resterà impressa nella memoria di tanti è quella di un Atreju di qualche anno fa: il segretario di Rifondazione a fianco di Gianfranco Fini, in mezzo la Meloni. Un ring sul quale uno dei due pugili poteva vincere solo truccando l’incontro. Infatti non vinse, Gianfranco Fini: troppo profonda la differenza culturale e antropologica fra il gigante Fausto e il futuro Presidente della Camera, sommerso dagli applausi, per Fausto, dei giovani militanti di Azione Giovani.

Allora ci fu imbarazzo, palpabile: ma come, i giovani postfascisti ammaliati più da un comunista impenitente che dal loro “capo”? Bastava aspettare qualche anno per capire il perché. Bastava scoprire, senza che fosse neppure un fulmine a ciel sereno, che l’abbronzato segretario si era messo in testa di fare l’esecutore testamentario di quello che restava della Destra politica, uccidendola di relativismo, ignavia, inconcludenza, egotismo narcisista; l’altro, invece, il comunista, parlava in fondo all’anima comunitarista di una generazione che sentiva di stare in mezzo, culturalmente e umanamente, fra l’individualismo di stampo ultraliberale e mercatista e l’utopia collettivista e universalista del comunismo.

Bertinotti era già in viaggio allora, mai dogmatico, sempre eroso dal dubbio, più preoccupato delle ripercussioni “umane” delle politiche di governo che non della difesa di una qualsiasi ortodossia. Quale sarebbe la sua colpa, adesso? Riconoscere la “disumanità” del comunismo, o per meglio dire del comunismo “realizzato”? Ammettere, anche grazie a una riflessione di tipo religioso, che al suo comunismo mancasse la centralità dell’uomo? Il subcomandante Fausto non parla mai con entusiasmo nella sua intervista di liberismo, di mercato senza regole, di globalizzazione come panacea di ogni male: recupera, piuttosto, quanto di buono la cultura liberale abbia potuto e potrebbe dare a un pensiero politico moderno, anticonformista, lontano dalle esasperazioni e dai paradossi della modernità, favoriti dal relativismo etico e dalla disumanità di certe pseudo ideologie. Ammette un fallimento, non rinnega i presupposti che hanno costituito la base culturale sulla quale ha formato il proprio pensiero, rimette l’uomo al centro di tutto.

L’applauso di Atreju, con il senno di poi, non fu indulgenza schizofrenica nei confronti del “nemico”, ma un segnale premonitore di come le ideologie possano e debbano evolversi, anche grazie all’onestà intellettuale di uomini capaci di riflessioni profonde; uomini, è bene dirlo, che non hanno bisogno di “abiurare” nulla e a ogni piè sospinto, pur di farsi accettare nei salotti buoni della politica. Quell’applauso, per quanto ci riguarda, diventa oggi una standing ovation, piena di rispetto. Il compagno Fausto non morirà “liberale”, ma evidentemente non sopporta l’idea di morire “comunista”, così come il comunismo si è manifestato in questi decenni, senza neppure lottare.

About the Author

Paolo Di Caro Direttore Responsabile di Meridiana Magazine. Giornalista, esperto in Management pubblico, si occupa di ghostwriting e creazione di contenuti per il web. Sommelier Master Class e Presidente per la Sicilia di Fondazione Italiana Sommelier/Bibenda. Appassionato viaggiatore sempre in cerca di cibo e vino, da mangiare e bere, oltre che da raccontare. Adora la saga del Signore degli Anelli e i fumetti di Corto Maltese e Dylan Dog. Segno zodiacale: Bilancia, in perenne disequilibrio.

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