L’ADDIO DI NAPOLITANO: UN’ANALISI CRITICA

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Giorgio Napolitano «non conferma né smentisce» le indiscrezioni che ne annunciano le dimissioni a fine anno – tradotto dal politichese: le conferma – e poche cose sono indicative del benessere sociopolitico italiano come l’elezione del Presidente della Repubblica. I due feticci che spopolano oggigiorno – femminismo e giovanilismo – si manifestano abbondantemente ogni qualvolta si debbono sondare i papabili: si dice che «i tempi sono maturi per avere una donna al Quirinale» (?) e che sarebbe opportuno avere un Capo di Stato “giovane” seppur, ovviamente, ultracinquantenne (?). Stefano Rodotà, va da sé, fa eccezione: non perché sia un giurista autorevole (lo è, al di là di qualunque ironia), ma perché col cognome tronco che si ritrova è perfetto per le grida di piazza.

Il terzo feticcio del diseducato popolo italiano, poi, è il giustizialismo cieco. Così anche il trattamento che parte della società civile ha riservato al presidente a breve dimissionario è sintomatico di quell’analfabetismo istituzionale (e, molto più generalmente, funzionale) che poi ha alimentato le pretese e i risultati elettorali di partiti anti-establishment e parasovversivi: obnubilati da una forma di giustizialismo di matrice antiberlusconiana e dietrologica, ai più risulta assai difficile comprendere l’inopportunità contingente di qualsivoglia implicazione processuale del Presidente della Repubblica, anche se si trattasse di una semplice udienza: le illazioni delegittimano e la credibilità della “personificazione istituzionale della Repubblica” non può essere ridimensionata in nome del carrierismo di qualche magistrato.

Nella retorica della «ricerca della verità» non trova spazio la ragion di stato, ed è facile trarre consenso – consenso che qualcuno ha tentato, con esiti imbarazzanti, di capitalizzare elettoralmente – col giustizialismo politico: gli italiani non sono mai stati avvezzi ad alcuna religione civile (anzi: perfino l’educazione civica è mal vista), semmai sono avvezzi al dileggio e alla crocifissione del potente cui sono stati supini sino ad un minuto prima e alle verità tascabili (meglio se di matrice complottista) che li assolvono. E dunque è facile organizzare campagne di diffamazione e delegittimazione nelle procure e nelle redazioni dei giornali ad esse limitrofe.

Certo, con Berlusconi è venuto meno anche il giustizialismo politico, sicché è assai improbabile tanto che v’inciampi Giorgio Napolitano quanto, più generalmente, che a traghettare l’Italia verso la tardiva Terza Repubblica sia una procura (non c’è il rischio di déjà vu, per dirla in parole povere): perfino la condanna di Tiziano Renzi è stata derubricata fra le quisquilie, e – quel che più rileva – tre quarti d’arco costituzionale si è dichiarato favorevole all’introduzione della responsabilità civile dei magistrati (nella sinistra post-comunista che, a caccia di un’identità e nella speranza che fosse la magistratura a dare una spallata a Berlusconi, adottò una forma selvaggia di giustizialismo, chiunque avesse osato denunciare quanto il potere giudiziario straripasse sugli altri sarebbe stato messo in croce con l’accusa di intelligenza col nemico).

Per il resto, è vero: Napolitano ha stiracchiato l’elasticità del suo ruolo sino a farla collassare, tanto da meritarsi perfino l’appellativo di Re Giorgio – cha ha spopolato in quanto più eufonico di “Papa Francesco” – e una generale diffidenza politica da parte della fetta di opinione pubblica più qualificata (che diventa indifferenza in quella meno qualificata ma quantitativamente rilevante). I due (!) esecutivi «del Presidente» non destano bei ricordi nella memoria degli italiani: al di là dell’ateneo bocconiano – dove spopola la convinzione che Monti abbia a un tempo salvato il Paese dal baratro e restituito suo malgrado una sorta di verginità e impunità politica ai reali artefici del disastro –, vi è la percezione diffusa che Mario Monti sia stato nominato premier in virtù di un commissariamento comunitario e comunque al di fuori del recinto costituzionale (percezione alimentata dall’editoria filoberlusconiana o straniera – il best seller di Alan Friedman ne è un esempio); il suo esecutivo, tutto sommato, verrà consegnato alla storia come una replica dei primi governi “liberali” – di nome e non anche di fatto – dell’Italia postunitaria che, impegnati com’erano nel processo di national building, sanavano i conti pubblici tassando i ceti più bassi anziché stimolare la genesi di un ceto medio; quella di Enrico Letta, invece, non è stata che una breve parentesi durante la quale è venuto a galla il tentativo – certamente democristiano, nell’accezione peggiore della qualifica – di conservare gli equilibri anziché raggiungere risultati, tamponando l’improduttività con frequenti ammiccamenti alla sempre legittimante dimensione del politically correct (la nomina di Cecile Kyenge è esemplare in tal senso).

Una macchia vistosa, e certamente più concreta e diretta, nel settennato (e qualcosa) di Napolitano potrebbe essere rappresentata dalla condanna a sei mesi di reclusione che Francesco Storace dovrà affrontare per «vilipendio al Capo dello Stato», in virtù della più illiberale legge del nostro ordinamento: è stata concessa la grazia ad Alessandro Sallusti, speriamo che la vicenda di Storace segua la medesima falsariga e, soprattutto, che ci si adoperi quanto prima possibile per l’abrogazione dei reati di opinione.

Va detto, tuttavia, che al netto delle sue ipotetiche colpe indirette, Giorgio Napolitano è stato un solido avamposto costituzionale in grado di arginare la furia destabilizzante della piazza e degli imbonitori – oggi nella fase calante della loro parabola – che traevano legittimità e consenso dai frequenti vuoti “istituzionali” postberlusconiani.

Oggi a presidio della stabilità sociale c’è, coi suoi limiti, il carisma del premier, che vanta un consenso insolito (anche se, terminata la luna di miele e l’effetto degli ottanta euro, ha già imboccato un trend negativo). Ma, al netto di Matteo Renzi, la nostra democrazia continua ad essere incompiuta: il centrodestra è in parte interno all’esecutivo in parte sigillato ad esso con un patto vacillante ma comunque vigente (e per adesso non fanno testo la rinascita della Lega e le fatiche di Giorgia Meloni per conservare percentuali significative); il fenomeno M5S non sta disattendendo le aspettative dei politologi che, già un lustro addietro, lo qualificavano come meteora, anche e soprattutto in seguito all’isolazionismo parlamentare cui si è condannato da sé e a quel vuoto propositivo che non può certo essere colmato con un’inflazione di ddl irrealizzabili. Chi fa opposizione? Dopo qualche brontolìo intestino di Pippo Civati, assolve il ruolo Maurizio Landini – personalità extraparlamentare e ancora una volta organica alla sinistra – a capo di un sindacato politicizzato, a testimonianza di quanto il nostro bipolarismo (anzi: il nostro pluralismo politico) sia mutilato e di come persista il vizio tutto nostrano di ambientare i giochi di potere al di fuori dell’emiciclo parlamentare.

Ad ogni modo, abbiamo già sperimentato Presidenti della Repubblica politicamente antipatici (leggi Cossiga) o istituzionalmente timidi sino alla pavidità (leggi Ciampi), ma facevano tutti – o quasi – parte della generazione dei costituenti, mentre i papabili odierni sono perlopiù figli del riflusso e della politica intesa come professione o come terreno di forti radicalizzazioni (non per nulla si fatica a trovare anzitutto una figura che abbia i requisiti per essere effettivamente terza).

La rielezione di Napolitano – priva di precedenti nella storia della Repubblica – è il sintomo più evidente di questa cesura, e non a caso la società civile è passata dalle provocazioni goliardiche (quotatissimo è stato, di recente, Rocco Siffredi) a quelle intelligenti: le proposte di candidatura di personalità extrapolitiche, una su tutte Piero Angela, nel web attecchiscono assai facilmente, a testimonianza della sfiducia dei nativi digitali nei confronti dei superstiti della Prima Repubblica e delle vetero-nomenklature. Peccato che l’Italia sia un Paese di vecchi.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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