L’ESPERTO: SERVE UN ORDINE NUOVO PER MEDITERRANEO E MEDIO ORIENTE

Alessandro Sansoni

Alessandro Sansoni

Attentato al Museo del Bardo a Tunisi dello scorso Marzo, strage sulla spiaggia di Susa (ancora in Tunisia e ancora una volta ai danni di turisti quasi sempre occidentali), poi ancora Charlie Ebdo nel cuore di Parigi, lo strano episodio di Lione, per citare i più recenti, ma anche i tanti sequestri ed esecuzioni di giornalisti, personale civile e militare con tanto di videoproduzioni spettacolari e virali. Tutto questo mentre pesanti flussi migratori mettono in subbuglio i paesi europei che si affacciano sul mediterraneo, Italia in testa, con tanto di rischi per la nostra sicurezza, emergenza sociale e tensione con gli altri paesi UE.

Ne abbiamo parlato con Alessandro Sansoni, giornalista, vincitore del premio internazionale MARE NOSTRUM AWARDS, collaboratore di Limes e responsabile della redazione campana dell’Agenzia di stampa Nova.

Siamo allo scontro di civiltà 3.0 con un ISIS che sembra la versione corretta, aggiornata e ancor più terrificante di Al Qaeda?

Ciò che in Europa l’opinione pubblica fa fatica a capire, anche a causa dell’atteggiamento dei media e della propaganda politica, è che quello a cui stiamo assistendo in questa fase, prima ancora che uno scontro di civiltà tra Occidente e Islam, è una lotta tutta interna al mondo musulmano per la supremazia, che si riverbera inevitabilmente anche sulle altre aree geopolitiche e in special modo sull’Europa, non fosse altro per la contiguità territoriale tra i due mondi. Lo schema mutuato da Huntington, l’analista statunitense che per primo ha teorizzato “lo scontro di civiltà”, ma ampiamente volgarizzato da opinion maker come Bernard Henry-Levy, di uno scontro in atto tra cultura laica occidentale/europea e islam fanatico e teocratico, svolge una funzione politico-culturale tutta interna al Vecchio Continente, senza farci fare mezzo passo in avanti nella comprensione di ciò che sta accadendo.

E allora perché in Europa si insiste con questo approccio? A chi conviene?

Serve a diffondere con maggior forza i principi del “laicismo” con tutti i suoi risvolti (teoria gender, pseudo-femminismo, occidentalismo ecc), creando un clima di intransigente rigetto verso la religiosità e la tradizione. Contestualmente fa perdere di vista i veri interessi dell’Europa, alla quale non è mai convenuta una contrapposizione netta nei confronti del mondo arabo e, più in generale, musulmano. La semplificazione, inoltre, distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalle mille contraddizioni presenti in questo momento in seno al mondo islamico ed è alla base della cattiva interpretazione data alcuni anni fa delle cosiddette “primavere arabe”, con tutti gli effetti negativi che esse hanno generato con la complicità del nostro sguardo benevolo (disgregazione dello stato libico, guerra civile in Siria, rottura degli equilibri mediterranei, esplosione del fenomeno migratorio).

Entriamo nei particolari, così che i lettori possano beneficiare di un punto di vista alternativo al pensiero comune sopra citato.

Quella che oggi è in atto è, come dicevo, uno scontro durissimo in seno all’Islam per la supremazia: un conflitto che vede l’uno contro l’altro armati Sciiti e Sauditi, con le rispettive potenze regionali di riferimento alla guida dei due opposti schieramenti, Iran e Arabia Saudita. Contestualmente noi assistiamo però anche ad uno scontro tutto interno al mondo Sunnita. Un mondo lacerato da gravi spaccature, con i fondamentalisti wahabiti in lotta contro il resto dei fedeli alla Sunna e impegnati a favoleggiare la costruzione del califfato islamico, ed altri soggetti, dai Fratelli Musulmani ai sunniti “moderati”, impegnati a contrastare i salafiti wahabiti di marca saudita, ma anche a scontrarsi tra di loro. Le divergenze tra le varie correnti religiose servono, infine, a legittimare e a fornire un involucro ideologico a conflitti di potere che vedono protagonisti, in realtà, gli stati dell’area (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Egitto, ecc) e le fazioni politiche interne agli Stati stessi.

Una situazione complessa che osservata da vicino ricorda ben poco della vecchia epoca del terrore con Al Qaeda a farla da padrona.

Un video dell'Isis con tanto di prigioniero in tuta arancione in stile "Guantanamo"

Un video dell’Isis con tanto di prigioniero in tuta arancione in stile “Guantanamo”

Infatti si tratta di un groviglio inestricabile di rivalità di varia natura, che attualmente è plasticamente rilevabile nel territorio libico, dove alleanze e inimicizie si intrecciano e mutano ad altissima velocità e dove la patina ideologica del fondamentalismo islamico non aiuta a comprendere la natura degli schieramenti in campo. In particolare, se la conflittualità rispetto al modello di vita e all’imperialismo occidentale costituiva una cifra identitaria ed operativa della rete di al-Qaeda, per il fenomeno Isis/Daesh questa aspetto gioca un ruolo diverso, che sfrutta la retorica, anche efferata nei comportamenti, antioccidentali più a uso propagandistico che come prospettiva strategica di medio periodo, per galvanizzare ed aggregare la galassia di sigle radicali che popolano il mondo islamico. L’Isis è infatti solo uno degli attori coinvolti in questo scenario, ma ha determinato un salto di qualità importante nella modalità di lotta dei gruppi fondamentalisti. Pur nascendo dallo stesso milieu socio-politico–culturale di al-Qaeda, essa ne ha abbandonato la tattica improntata al terrorismo globale ed alla guerra asimmetrica, costituendosi in “soggetto territoriale”, in milizia radicata su un territorio che ambisce a farsi Stato, sovvertendo gli equilibri geopolitici dello Sham (letteralmente “spazio a sinistra”, laddove lo “yemen” è lo spazio a destra) e dell’Iraq, terre dotate di un altissimo valore escatologico per l’Islam.

Come siamo arrivati fin qui?

Il caos generato in quell’area dalla caduta di Saddam e dalla guerra civile in Siria, dove un po’ tutte le potenze regionali hanno pescato nel torbido, insieme agli Stati Uniti, pensando di potersi appropriare delle spoglie del vecchio partito laico socialista e nazionalista Baath, ha favorito il sorgere di questa entità Isis/Daesh, che è un classico esempio di “eterogenesi dei fini”. Nata come strumento nelle mani dei Sauditi (e degli Usa) per combattere, assieme ad altri gruppi armati come al-Nusra (più vicina alla rete al-Qaeda), contro Assad, ha via via guadagnato autonomia, diversificato gli interlocutori, esteso il suo controllo su pezzi di territorio irakeno, acquisito la disponibilità di alcuni pozzi di petrolio, guadagnato nuovi adepti (soprattutto tra i vecchi quadri militari baathisti irakeni e tra le tribù sunnite irakene insoddisfatte della nuova supremazia sciita in quel paese) e avviato una spregiudicata politica di alleanze (in una certa fase perfino con le forze armate alauite), fino a diventare un soggetto politico capace di mettere in discussione la carta politica del Medio Oriente, così come fu disegnata dai vincitori della prima guerra mondiale dopo la sconfitta dell’impero Ottomano. Una escalation che ricorda, per certi versi, quella dei gruppi di mercenari normanni che giunti nel Sud Italia intorno all’anno mille, combinando razzie in proprio con scontri condotti al servizio ora dei longobardi, ora dei bizantini, ora degli arabi, riuscirono a guadagnasi un proprio regno che comprendeva la Sicilia e l’intero Mezzogiorno.

Un soggetto militare spietato con ambizioni politiche da Stato autonomo, ma anche con conoscenze di marketing di tutto rispetto. Stanno brandizzando il terrorismo. Quasi una lotta armata in franchising.

Una T-Shirt dell'Isis: forse un fake circolato su Facebook, ma rende l'idea di Brand con cui si sta caratterizzando l'ISIS.

Una T-Shirt dell’Isis: forse un fake circolato su Facebook, ma rende l’idea di Brand con cui si sta caratterizzando l’ISIS.

In questo momento quello dell’Isis è un brand vincente, che finisce per avere una forte potere attrattivo per i tanti gruppi terroristici di ispirazione islamica presenti in Africa, a tutte le latitudini, in Medio Oriente e perfino in Asia. Le vittorie sul campo e il sapiente utilizzo, quasi mutuato dalle tecniche di marketing occidentale, di internet e, in generale, dei media, rendono quello dell’Isis oggi un marchio appetibile per molti altri gruppi, che tendono ad acquisirlo “in franchising” e, contestualmente, a costruire una forma di “tendenza” in grado di attrarre decine di migliaia di cani sciolti, normalmente giovani o giovanissimi immigrati musulmani di seconda generazione, risiedenti in paesi europei e in cerca di un’identità. Sono i famosi foreign fighters che si recano a combattere sui vari teatri di guerra aperti in questo momento e che provengono non solo dai paesi occidentali, ma anche dagli stessi paesi arabi (la Tunisia è, notoriamente, il paese con il più alto numero di combattenti sparsi per il mondo). Il punto è che il tipo di impegno armato di un “cane sciolto” può avere livelli e modalità differenti: dal semplice militante o propagandista fanatico attivo sui social network, al vero e proprio guerrigliero, passando per il folle isolato che, suggestionato dalla propaganda, passa dalle farneticazioni su facebook ai fatti.

Una descrizione che richiama da vicino anche i recenti casi di attentatori solitari.

Certo. Potrebbe essere questo il caso di Yassin Sahli, l’attentatore di Lione, che ha sicuramente commesso il suo efferatissimo crimine spinto anche da risentimenti personali, sebbene gli inquirenti insistano sulla matrice terroristica della sua azione e sui suoi presunti legami con l’Isis. Ad ogni modo il carattere “evocativo” della propaganda dell’Isis serve anche a questo: a scatenare ovunque, a prescindere dall’effettiva affiliazione ad un gruppo organizzato, lo spirito di emulazione, che in date significative, come l’anniversario della presa di Mosul, può accompagnare azioni, al contrario, programmate e strutturate, determinando un effetto moltiplicatore, che consente di riaffermare ulteriormente la pretesa di divenire soggetto leader. In questo senso l’Europa dovrebbe sottrarsi a questo gioco, farsi attore, con criterio, nello scontro in atto all’interno del mondo musulmano, scegliendo sulla base delle nostre oggettive convenienze chi favorire tra le fazioni in lotta. Accade invece il contrario: troppa retorica della paura e poco attivismo sul terreno di scontro (che in questo momento sono la Siria e la Libia).

Un frame dei cadaveri sulla spiaggia di Susa, in Tunisia, poco dopo il vile attentato del 26 giugno scorso.

Un frame dei cadaveri sulla spiaggia di Susa, in Tunisia, poco dopo il vile attentato del 26 giugno scorso.

Diverso, tornando a questo drammatico 26 giugno, è il caso della Tunisia. In questo caso risulta evidente che l’attentatore ha agito sulla base di un disegno politico-militare. Il fatto che le vittime coinvolte nella strage siano occidentali non deve, però, farci perdere di vista qual’era l’obiettivo strategico dell’azione. Ancora una volta essa rientra in una dialettica tragica tutta interna agli equilibri del mondo arabo. Assieme ai vacanzieri ad essere stato colpito mortalmente è il settore turistico tunisino, che vale il 15% del Pil di quel paese, che è l’unico ad aver trovato un equilibrio plausibile anche per noi europei dopo i disastri della primavera tunisina.

E’ guerra al laicismo musulmano e a modelli politico – economici armonizzati con quelli occidentali?

Si. A essere colpito è stato infatti un Islam assai simile a quello marocchino, estraneo non solo al fanatismo salafita, ma anche all’antioccidentalismo dei Fratelli Musulmani, che è riuscito ad istaurare un sistema politico democratico-costituzionale, che faticosamente tenta di sottrarsi al caos che attanaglia il mondo islamico (i numerosissimi foreign fighters di cui parlavamo prima, all’interno) e il contiguo territorio libico (con le milizie locali e i profughi che premono, invece, dall’esterno). Sarebbe un delitto e, soprattutto, sarebbe contrario ai nostri interessi lasciare sola in questo momento la Tunisia.

Intanto l’Europa arranca: come al solito non decide, o lascia decidere gli altri anche per se.

Di fronte a questo scenario resta il problema di una Europa sostanzialmente incapace di elaborare una strategia d’azione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. L’iniziativa è bloccata da diversi fattori, a cui non sono estranei la crisi economica globale, e la conseguente penuria di risorse, e l’agenda della politica internazionale dettata dagli Usa, al rimorchio dei quali le nazioni europee sono costrette ad andare, e che in questi anni di presidenza Obama ha teso a mettere in secondo piano questi quadranti, in confronto almeno a quello russo ed estremo orientale, anche a causa dei molti nodi che l’attuale leadership democratica non riesce a sciogliere: rapporto con Israele, desiderio di ricucire con l’Iran senza irritare eccessivamente il tradizionale alleato saudita, sostanziale incapacità di venire a capo del complicato mosaico arabo nonostante i molti anni trascorsi da occupanti in Mesopotamia. In questa occasione però, tornando all’Europa, sono due i fattori che interessa segnalare: il primo riguarda le difficoltà delle nazioni mediterranee di spostare a Sud l’attenzione dell’Ue, dominata dalla prospettiva degli stati del Nord e dell’Est Europa; il secondo concerne, invece, i legami a filo doppio che paesi come la Francia, ma anche l’Italia, presentano nelle loro relazioni economiche e, di conseguenza, politiche con le petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar innanzitutto. Troppo importanti sono gli investimenti effettuati dai fondi sovrani di questi due stati nei circuiti economici delle due principali potenze mediterranee europee per non produrre pesanti condizionamenti! Condizionamenti che, sommati alle posizioni di potenti lobby operanti Oltreoceano, impediscono di assumere una posizione forte a favore di Assad in Siria, per esempio.

Anche sulla Libia si continua a non intervenire e questo ricade pesantemente sull’emergenza causata dai flussi migratori.

Il Colonnello Gheddafi con Silvio Berlusconi

Il Colonnello Gheddafi con Silvio Berlusconi

Infatti manca anche un’azione concertata in Libia volta non a favorire una parte contro un’altra, nella fattispecie quella del parlamento di Tobruk e del generale Khalifa Haftar, che godono il sostegno dell’Egitto e dell’Arabia Saudita, potenze regionali che vedrebbero di buon grado lo smembramento della Libia e una secessione della Cirenaica ricca di petrolio (soluzione totalmente contraria agli interessi italiani), ma a mettere tutte le fazioni protagoniste del conflitto intorno a un tavolo, magari con le cattive maniere, qualora le buone non fossero sufficienti. Un obiettivo che, per essere perseguito, necessita almeno del coordinamento di tutti i principali stati europei, non essendo l’Italia abbastanza forte per agire da sola, come di tanto in tanto sembra minacciare, alludendo, il premier Renzi quando, parlando dell’emergenza immigrati, afferma che il nostro paese è pronto ad agire da solo se l’Europa “non fa la sua parte”. Proprio l’emergenza immigrati è la cartina di tornasole, l’effetto maggiormente percepito dall’opinione pubblica, degli squilibri determinatasi dopo le cosiddette “primavere arabe”. Mettere ordine, magari un ordine nuovo, con confini mutati, nel Mediterraneo e in Medio Oriente, significa anche calmierare i flussi di disperati che fuggono dai conflitti e trovare interlocutori capaci, come lo era Gheddafi, di regolare le ondate di migranti, i quali oggi sono solo uno dei diversi business che i gruppi armati operanti in Libia, la cui logica operativa è assai simile a quella dei clan e delle organizzazioni mafiose di casa nostra, praticano per garantirsi le risorse indispensabili alla tenuta dei loro “sistemi” di potere e di aggregazione. Bisogna intervenire “in loco”, come spesso si dice, anche armi in pugno evidentemente, accompagnate da iniziative diplomatiche vigorose, ma non perché ci siano muri da dover alzare. C’è un “Ordine” da costruire, questo è il punto, e serve a noi come ai popoli arabi. E a quanto pare non è possibile costruirlo con le velleitarie petromonarchie del Golfo.

Ulderico de Laurentiis

Ulderico de Laurentiis

Giornalista, Laurea in Comunicazione Istituzionale e di Impresa e tesi su "Il Roma come quotidiano della destra napoletana e campana".Un Master e una passione ancora acerba per l'Enogastronomia. Webmaster di Meridiana Magazine e blogger, cresciuto a pane e militanza politica. Per aspera ad astra!
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