NOZZE GAY: L’INUTILE SCIOPERO DI SCALFAROTTO

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Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle riforme costituzionali e ai rapporti con il parlamento, ha avviato uno sciopero della fame per velocizzare l’approvazione del disegno di legge sulle unioni civili, da mesi arenato in Commissione Giustizia. La vicenda si presta a numerose interpretazioni, in ordine tanto al metodo quanto al merito.
Anzitutto, se perfino un membro dell’esecutivo fatica ad eludere l’ostruzionismo praticato delle minoranze – con centinaia di emendamenti pretestuosi – allora il superamento del bicameralismo paritetico si configura come priorità più urgente nell’agenda di governo, l’abuso della decretazione d’urgenza e della “fiducia” sono essi stessi vulnus che ingolfano la democrazia, toppe peggiori del buco: nella Prima Repubblica il compromesso – fra partiti e perfino fra correnti – era lo step obbligatorio antecedente l’approvazione o la bocciatura di qualunque disegno di legge, oggi che il Parlamento è sostanzialmente atomizzato e balcanizzato non c’è alcun margine di accordo, sicché gli obbiettivi si raggiungono o mediante patti extraparlamentari fra singoli – come nel caso del Nazareno, l’emblema più noto degli effetti della personalizzazione della leadership – o mediante il suddetto decisionismo arrogante, o meglio bullismo istituzionale, ai margini della costituzionalità.
I demagoghi adusi ad obbiettare che con le riforme strutturali «non si mangia» dovrebbero riflettere su quanto le patologie e le emergenze permanenti che affliggono questo Paese dipendano da vizi procedurali alcuni dei quali addirittura connaturati alla Costituzione (anch’essa suscettibile di obsolescenza, a dispetto di quanti ne urlino la sacralità e l’intangibilità). La maggioranza di governo deve poter imporre la propria linea politica alla legislatura, altrimenti ci si cristallizza in un immobilismo dannoso o in un anacronistico equilibrismo democristiano.

In secundis, non tanto la finalità cui è rivolto lo sciopero – lungi da chi scrive il benaltrismo, seppur disapprovi la battaglia in sé e perfino il ddl che porta il nome di chi la conduce, emblema di antiliberalismo liberal – quanto la circostanza che nessun altro politico, da Pannella in poi e salvo qualche sparuta eccezione, abbia sposato una battaglia politica in maniera totalizzante al punto da ricorrere a metodi così radicali per vincerla, rivela quanto fiacche siano le pulsioni civili del nostro attuale ceto politico.
Il deputato PD Roberto Giachetti, unica eccezione, ha ripetutamente utilizzato lo strumento dello sciopero della fame per chiedere l’abolizione del Porcellum, una battaglia senz’altro assennata – la vera urgenza è la governabilità, come già detto –, specie se raffrontata con le messinscene poste in essere dai parvenu pentastellati a fini più propagandistici che squisitamente politici.

Quanto al merito, che dire: il ddl Scalfarotto vorrebbe estendere la legge Mancino-Reale sulle discriminazioni etniche, razziali e religiose ad atti motivati da omofobia e transfobia, rimettendo alla discrezionalità del PM e del Giudice la demarcazione del confine tra un’opinione legittima – per quanto reazionaria e retriva – e un’effettiva istigazione all’odio e alla violenza. In una liberaldemocrazia i reati d’opinione dovrebbero essere, se non completamente assenti dall’ordinamento, quantomeno residuali e sostanzialmente transitori, proporre di stiracchiarli ulteriormente anziché ridimensionarli è sintomo di un orientamento illiberale e controproducente – la confutazione pubblica, osservava Jhon Stuart Mill, è il solo modo per sradicare i pregiudizi; proibire giuridicamente un’idea o un sentimento – dilatando oltremodo la funzione pedagogica del diritto – rischia addirittura di legittimare il proibito e martirizzare chi se ne fa portavoce. Oltretutto, chi esprime perplessità in merito alle politiche ultraprogressiste predicate e praticate da quasi tutto l’Occidente – chi manifesta pacificamente e senz’armi, come Costituzione vuole, per l’esclusività della famiglia e della filiazione naturale – viene ostracizzato e ridicolizzato nell’immediato, talvolta perfino censurato (come nel caso della giornalista Silvia Cirocchi): non occorre dunque una legge a tutela di omosessuali e omofili, occorre semmai che evitino di trasfigurare le loro legittime pretese in un lobbismo socioculturale lesivo dell’altrui libertà d’espressione.

Quanto al ddl Cirinnà – vero e proprio motivo dello sciopero, che introdurrebbe, fra le altre cose, le unioni civili e la stepchild adoption –, anche in questo caso c’è poco da dire: dopo il recente successo liberal in America (cioè l’estensione delle nozze gay anche nei 13 stati federati che li vietavano espressamente, estensione avvenuta per via legale e non legislativa – e il potere giudiziario che deborda sugli altri è anch’esso un vulnus, ma figurarsi se rileva nella circostanza in questione) e dopo il sì alle nozze gay nella cattolicissima Irlanda, per di più suffragato da un referendum, non c’è spazio per dubbi: è questione di tempo, sembra averlo capito perfino il Vaticano che si tiene alla larga dalle forze sociopolitiche conservatrici e dalle loro manifestazioni di piazza, al di là di qualche sortita di Papa Francesco contro la filosofia gender puntualmente passata in sordina.

Questo è lo scenario, non ci resta che augurarci che Ivan Scalfarotto e l’intera società politica si mobilitino quanto prima per risolvere il problema alla radice – per decongestionare il Parlamento, come già detto – così da poter portare a termine le proprie battaglie e, più generalmente, la realizzazione del programma senza l’esigenza di ricorrere a bullismo istituzionale o all’eco mediatica di chi adotta metodologie radicali ed estreme.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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