L’INGHILTERRA VISTA DALL’ITALIA: ESTATI SOCIAL

o.669899L’erosione del concetto di «riservatezza», sacrificato sull’altare dell’esibizionismo (fisico e più spesso emotivo), è il primo argomento col quale uno scienziato sociale dell’era post-digitale dovrà avere a che fare – magari correggendo le fregnacce di Bauman, che ha parlato di «società confessionale», come se i contenuti pubblicati sui social network, perfino quelli apparentemente più mesti, non fossero comunque frutto di una seppur minima selezione, di un calcolo.

E insomma, chi scrive è stato in Inghilterra ed è stata assai dura astenersi dal pubblicare senza soluzione di continuità le foto dei pasti dei posti, goffi selfie con doppio mento involuto, smorfia farlocca e – va da sé – sfondo eloquente. Peraltro la prevalenza dell’immagine sulla parola in qualunque tipo di narrazione – manifestatasi ieri con l’avvento della tv, oggi con quello dei social network – sta lentamente atrofizzando i cervelli (lo dice Giovanni Sartori in “Homo videns”, ottima lettura estiva, per chi volesse approfondire), dunque meglio una riflessione tediosa che un album di foto dal titolo pretenzioso.

Che tipo di riflessione? Per un po’ di sano conformismo esterofilo e di comparazioni demotivanti ci sono già i libri di Antonio Caprarica.

Dunque, perché andare in Inghilterra? Deve visitare l’Inghilterra chiunque ami la liberal-democrazia – e in occidente siamo in pochi, a dirla tutta: in genere qualunque sistema vigente desta la disapprovazione generale, e ci può anche stare, sono detestabili la passività e qualunque tipo di hegeliana glorificazione dell’esistente. Ma il tipo di disapprovazione che va per la maggiore dalle nostre parti è acritico, disinformato, né è volto al futuro: è semmai volto al passato, oppone alla democrazia rappresentativa sistemi già bocciati dalla storia (corporativismo, dirigismo, democrazia plebiscitaria). L’individualismo di tipo anglosassone ha avuto la meglio su quello costruttivista – anticamera teorica di tutte le brutture collettiviste che hanno infestato il secolo breve – e quanto a sistemi istituzionali l’Inghilterra vanta perfino più crediti con l’occidente di quanti non ne vanti la Grecia.
Dove andare, dunque, se si finisce in Inghilterra armati di tali convinzioni? Il Bill of Rights è custodito a Liverpool, la Magna Charta Libertatum alla British Library di Londra – ma, per farla breve, chi scrive non ha visto niente di tutto ciò, un po’ per pigrizia un po’ per mancata pianificazione.

In genere i turisti ventenni e trentenni nostalgici del beat, a Londra, fanno pellegrinaggio alla Pretty Green – pellegrinaggio che, se fatto senza inibizioni, può essere invero costoso – prima che in qualunque sito d’interesse architettonico o comunque sia culturale. La Pretty Green è la linea d’abbigliamento fondata da Liam Gallagher. C’è uno store anche a Milano, ma vuoi mettere quello di Londra? I capi, sia detto a scanso d’imparzialità e ai margini di deontologia in fatto di marchette, sono perlopiù appetibilissimi, non sono né vintage – figurarsi se Liam Gallagher rischi d’esser limitrofo all’hipsterismo à la Pippo Civati – né modern: basta puntualizzare che l’ex frontman degli Oasis è uno dei due designer per inquadrare lo stile.

E insomma si acquista parecchio perché si è nostalgici, perché i ’90 stanno tornando, perlomeno nei consumi culturali, e fra i sintomi di tale ormai palese déjà-vu non è purtroppo contemplata la reunion degli Oasis – e quanto prematuro conflitto generazionale c’è, quanta consapevolezza e melanconia per aver abbandonato l’adolescenza c’è nel realizzare che per gli adolescenti di oggi ci sono altri Liam e altri Noel?
Sino a un lustro fa non c’erano altri Liam&Noel che i fratelli Gallagher e oggi tutti questi Liam e questi Noel con la messa in piega e i dischetti di topexan in camerino hanno scadenza così breve che faticano persino a candidarsi a eredi di Justin Timberlake – del quale, seppur pop e seppur vivo, solo un ascoltatore mediocre munito di risvoltini può negare il talento – figurarsi quanto possano permettersi quei nomi lì, il nome di quello con la voce ruvida, quasi un rantolo aggravato da lustri di cigarettes & alcohol, quello che scrive un pezzo ogni tre anni e suona il tamburello (!), quello che le canzoni più che cantarle se le beve, quello che se qualcuno canta in quella posa lì è con quei vestiti lì gli scaricherebbero addosso un intero mercato ortofrutticolo urlandogli «sparisci, sgorbio!», eppure quanto canta lui così il carisma supera qualunque soglia, vestito in quel modo lì rubò il cuore ad una sedicenne Nelly Furtado che passava interi pomeriggi a scrivergli lettere d’amore – ed è facile immaginarsi come fosse Nelly Furtado da adolescente; figurarsi quanto possano permettersi il nome di quell’altro, quello che doveva scrivere la b-side su indicazione del manager e gli è uscita The Masterplan, quello che «sveglia l’alba e chiedile perché un sognatore sogna che lei non muoia mai», quello dei nonsense così geniali da meritare d’esser antologizzati nel capitolo successivo a quello di Ungaretti – ma in Italia sono i 99 Posse a finire sui libri di scuola, e qui dovrebbe avviarsi l’ennesimo j’accuse contro l’egemonia culturale de sinistra e Gramsci e i suoi ridicoli epigoni che francamente non è il caso di avviare, se non altro perché Matteo Renzi s’è messo lì a destrutturare e liquefare e non c’è da inveire, se non altro perché la nomenklatura è stata esautorata, se non altro perché gli intellettuali organici sono quasi tutti disoccupati, se non altro perché c’è caldo.

Ad ogni modo, un provinciale che si rispetti, giunto in Inghilterra – o in qualunque altro Paese dei 58 nel mondo in cui è presente Starbucks – corre immediatamente a riempirsi le budella di frappuccini, ché in Italia può tutt’al più riempirsi le budella di grattachecche, perché l’AD di Starbucks mica è scemo, lo sa che una caffetteria d’ispirazione italiana in Italia non funzionerebbe se sviluppata sul modello fast food, lo sa che di prendere qualcosa in plastica e andar via qui non se ne parla neanche, che qui se non si poltrisce improvvisandosi politologi o commissari tecnici il bar non ha alcun senso; per certi versi la cosa è paradigmatica: gli Italiani, creativi, producono le idee, altrove le massimizzano – perché qui la creatività non viene capitalizzata, troppe corporazioni, troppa burocrazia, è noto, e menomale Madonna è nata coi geni italiani ma in Inghilterra. E insomma negli Starbucks di qualunque Paese ci si riempie le budella di frappuccini, e c’è – notoriamente – il Wi-Fi gratuito, e siccome l’UE ha pianificato per l’anno prossimo una di quelle cose per cui Salvini perderà qualche migliaio di elettori – e cioè l’abolizione del roaming nell’eurozona –, per quest’anno noialtri comunitari niente 3G, solo Wi-Fi a scrocco. E dunque mentre chi scrive si trovava lì a ciucciare frappuccini al cacao, lo smartphone faceva giungere l’eco delle solite situazioni gravi ma non serie nostrane, Rosario Crocetta linciato da accaniti detrattori dell’ultim’ora – gli stessi che qualche anno fa lo portavano a spasso come un santino da parabrezza – in seguito a intercettazioni che esistenti o inesistenti che fossero non avrebbero comunque dovuto trapelare (sono i post-comunisti, come logica vuole, gli utenti più abili della macchina del fango e i nemici clandestini della Costituzione), iper-giustizialisti che si reinventano garantisti perché così fanno più rumore, pentastellati che inaugurano una bretella sdrucciolevole per bypassare l’interruzione sulla A19, una roba che se l’avesse fatta Berlusconi – che 300 000 euro li guadagna in pochi quarti d’ora – e c’avesse messo il logo di Forza Italia sarebbero scesi in piazza con le molotov e un paio di procure avrebbero aperto fascicoli cla-mo-ro-si, roba che qualunque privato l’avesse fatto mettendogli lo sponsor noialtri italiani, intimamente anti-liberisti ma a parole dalla parte delle imprese, avremmo alluvionato i social network di abbondante retorica benecomunista; «ma quel che conta sono i fatti, la praticità, le chiacchiere stanno a zero» contro-obbiettano i fedeli a cinque stelle con la stessa foga argomentativa con la quale qualche nostalgico obietta che «epperò le paludi vennero bonificate». Poi Carlo Freccero – uno dei peggio conformisti – viene lottizzato in Rai in quota M5S e dice che questa roba della lottizzazione non va bene. Poi Federica Pellegrini, alla quale mezza Italia di nerd in sovrappeso e improduttivi deve ancora chiedere scusa, fa i suoi consueti miracoli e non innamorarsi della sua persona è assai dura.

Alfine ci si tiene alla larga dalle free Wi-Fi zone, si visita il possibile e l’impossibile e si torna. King’s Cross. C’è una coda infinita per farsi la foto col carrello di Harry Potter. È il compleanno della Rowling. Se tornano i ’90, magari tornerà anche Harry Potter, nel frattempo febbre da Oasis (sul serio c’è chi torna dall’Inghilterra senza l’improrogabile voglia di consumarsi gli occhi su YouTube con la playlist dell’intera videografia degli Oasis?).
Prendiamo pillole per la felicità, amiamo l’Inghilterra. Forse lo scienziato sociale che scriverà il libro di cui si diceva dovrà pagare i diritti a Cremonini o ai suoi eredi, per avere un buon titolo.

P. S. Sono stati visitati, ovviamente, tutti i preminenti siti d’interesse culturale, inclusa la National Gallery – dove in genere si erra spaesati fingendo interesse per l’arte figurativa. Ma è senz’altro più divertente far infuriare i passatisti, convinti che le multinazionali siano le principali responsabili dei musei vuoti.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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