IL COMPAGNO BERGOGLIO

1936795-vatican-Il pauperismo, molto prima che un vezzo dei ricchi intellettuali post-marxisti, fu l’interpretazione apolitica o comunque pre-politica che la Chiesa cattolica diede del cristianesimo, con la selezione dei vangeli canonici e, molto più tardi, con l’elaborazione della dottrina sociale – beninteso: non è pauperista l’essenza del Cristianesimo, a sponsorizzare una fregnaccia simile si fa torto a Max Weber ma anche a Luigi Einaudi e a dozzine di studiosi e politologi che avversano con solide e robuste argomentazioni una lettura esclusivamente pauperistica della dottrina cristiana.
Francesco ha deciso – sin dalla scelta del nome papale – d’impostare il suo pontificato in chiave anticapitalistica. Nulla di nuovo, né tantomeno di extra-cattolico: con la promulgazione dell’enciclica «Rerum Novarum» la Chiesa sancì la sacralità della proprietà privata (con ciò prendendo le distanze da qualunque sistema collettivista) ma non quella del capitalismo in quanto tale, la condanna del quale è variata, negli anni, in base al contesto politico. Tralasciando quella corrente minoritaria del movimento cattolico che auspicava la benedizione del commercio e del laissez faire, l’ostilità alla modernità e a qualunque tipo di progresso sociale è stata la costante dottrinaria della Chiesa cattolica sin dalla Controriforma – perciò, su questo piano, tanto Karl Marx quanto Fausto Bertinotti giungono tardi.
A tal proposito, la presenza di Bertinotti al meeting di Comunione e Liberazione – «il Papa è vivo, la sinistra è morta» ha affermato l’ex segretario di Rifondazione Comunista – così come la fregola di parte cospicua di intellighenzia engagè per l’attuale pontefice (da mangiapreti quali orgogliosamente si vantavano di essere si sono trasfigurati in ferventi papaboys) vanno lette come il tentativo di parecchi orfani dell’utopia comunista di affiliarsi, contro il capitalismo, a un’istituzione millenaria, anziché a partiti a vocazione ultra-minoritaria: in altre parole, meglio Papa Francesco che Antonio Ingroia, nella battaglia al tanto esecrato «liberismo selvaggio».
Sono dunque i post-rivoluzionari (essendo la rivoluzione fallita) ad avvicinarsi ai reazionari in nome del metus hostilis, non viceversa. Ci si può chiedere, semmai, in base a quali criteri Papa Francesco abbia deciso di conferire proprio questo taglio al suo pontificato – e la risposta è presto detta: se, razionalmente, il suo predecessore decise di contrastare anzitutto il relativismo etico e l’avanzata teocratica islamica (memorabile e sublime, a tal proposito, fu il cosiddetto discorso di Ratisbona»), Francesco, da buon gesuita, risponde prima di ogni cosa all’imperativo di piacere e di sedurre; fu proprio Sant’Ignazio, fondatore della Compagnia, l’inventore di quello che oggi chiamiamo marketing: non prescriveva nessuna “terapia d’urto” per convertire i fedeli, quanto piuttosto delle tecniche persuasive – eludere le tematiche più “calde” ed essere docili anche col più ostinato miscredente – che oggi starebbero benissimo in un manuale di economia aziendale o comunicazione politica.
È comunque acclarato che, qualunque finalità abbia, il pauperismo di Francesco è perfettamente coerente con la dottrina cattolica – sono state altre sue sortite, come il celeberrimo «chi sono io per giudicare?», tutte comunque funzionali all’esigenza gesuitica di sedurre, a collidere con parecchi dogmi e capisaldi dottrinali.
Ma, per quanto coerente con la dottrina, suddetto anticapitalismo urta con la realtà. Passi infatti che Francesco, degradati i sindacati a corporazioni inutili dalla disintermediazione renziana, si erga a sindacalista dei fedeli e più generalmente delle fasce deboli della società; ma attaccare frontalmente il sistema capitalistico pur essendo quest’ultimo responsabile del dimezzamento, negli ultimi trent’anni, della percentuale di popolazione in condizione di povertà estrema (dati della Banca mondiale), ha – stavolta sì – un che di stalinista.
Ad ogni modo, un’altra caratteristica che i sostenitori della politicizzazione della Chiesa – categoria nella quale è annoverabile, da qualche giorno, Matteo Salvini, che certamente non ha la caratura intellettuale necessaria per partecipare a questo dibattito – ritengo accumuni questo pontificato alla sinistra italiana è il buonismo à la Laura Boldrini.
Taluni, a tal proposito, sostengono che sia fuori luogo perfino la circostanza che i vescovi intervengano nel dibattito pubblico – come se, al netto di tutta la retorica laicista che va per la maggiore, la penisola italica non ospitasse il Vaticano da secoli; come se un ministro del primo culto italiano (e a maggior ragione il Vescovo di Roma) non avesse titolarità alcuna d’intervenire nel dibattito pubblico, titolarità che (giusto per dirne una) è riconosciuta perfino a Fedez, assai meno rappresentativo.
Sul merito, invece, i monologhi del pontefice vanno considerati per quel che sono, e cioè per l’appunto monologhi di un pontefice; in termini di realpolitik, arginare i flussi migratori – anche con quel cinismo machiavellico secondo cui l’etica è una categoria extrapolitica – è dovere di ogni esecutivo che si rispetti, specie se il Paese non è logisticamente e socialmente attrezzato per accogliere un sovrappiù di migranti. Ma il peso internazionale dell’Italia è troppo irrisorio perché possa permettersi sua sponte un dialogo coi «son of bitches» sanguinari nordafricani – e per di più in parecchi stati manca perfino un governo legittimo – o comunque sia una strategia, anche militare. Né l’UE è solida al punto da poter concordare una politica – diplomatica e, perché no, militare – unitaria: l’asse di trazione franco-tedesco non è interessato, per adesso, a fronteggiare il fenomeno, l’Italia è un ammortizzatore geografico efficace. Stante così le cose, una volta partiti non possiamo che accoglierli, qualunque tipo di respingimento risulterebbe disdicevole sul piano umano prima ancora che a livello logistico.
In una situazione simile, il dovere civico di un cittadino non è quello di opporre la complessità della realtà alla «misericordia» predicata da Francesco – al limite il dovere di un fedele è quello di chiedere al pontefice perché si occupi così poco dei cristiani perseguitati – quanto piuttosto di supportare una fazione politica che presenti i requisiti programmatici per cambiare le cose (anche se, a discolpa dell’elettore, va detto che il mercato partitico offre solo forze di sistema che speculano economicamente sugli immigrati e forze antisistema che vi speculano politicamente).
Andrebbero minimizzate anche le sortite – invero aggressive – del vescovo Galatino, il quale ha qualificato la politica come harem di furbi e cooptati, come se la furbizia e la cooptazione non fossero requisiti essenziali per far carriera anche in Vaticano (e come se non ci fossero già abbastanza cialtroni adusi a soffiare sul vento dell’antipolitica).
Detto questo, a dispetto di quanto ribadiscono gli anticlericali in servizio permanente effettivo, la partecipazione della Chiesa al dibattito pubblico – ancorché dirompente e talvolta ipocrita – è essenziale sia per alimentare il pluralismo che per arginare tanto spinte ultra-progressiste (oggi che manca, nell’arco costituzionale, una destra strutturata) quanto la campagna reclute degli integralisti islamici: sottrae i giovani a una visione nichilista e, quel che è peggio, integralista della vita, ergendosi a contraltare unico del sistema vigente, pur non precipitando in utopie – come quella comunista – già bocciate dalla storia.

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"