SABATO A ROMA: DAI POETI ARMATI ALLA GRANDE GUERRA

Dai poeti armati alla Grande GuerraSabato 5 settembre alle ore 21 presso il Centro Culturale “Gabriella Ferri” – via delle Cave di Pietralata 76 – tornerà in scena lo spettacolo “Dai poeti armati alla Grande Guerra” scritto, diretto e interpretato, insieme a Giuseppe Abramo, da Emanuele Merlino.
Uno spettacolo per ricordare e commemorare la Prima Guerra Mondiale di cui quest’anno ricorrono i cento anni dall’entrata in guerra dell’Italia.
Attraverso poesie, articoli di giornale e immagini dell’epoca, insieme a brani originali scritti appositamente, viene raccontato il clima che ha portato alla guerra in Europa e, una volta scoppiata, il confronto con l’orrore della trincea insieme al contrasto tra volersi salvare e voler vincere la guerra.
Tra tragedia e poesia, tra eroismo ed amor di patria.
La serata, ad ingresso gratuito, è organizzata dal Comitato di Quartiere Meda-Beltramelli – per info Fabrizio Montanini 3404708659 – che da un anno è attivo sul quartiere rispondendo alle richieste e alle necessità dei cittadini  attivandosi prontamente ed efficacemente per sollecitare le Istituzioni e, a volte, facendone le veci – quando un parco per i bambini non è curato da troppo tempo, un cassonetto si ribalta e non viene rimesso a posto etc -.
Dopo l’ottimo riscontro delle otto tappe precedenti (due in friuli, tre a Roma, una a Firenze, una a Civitella S. Paolo e una a Taormina) una nuova tappa di un percorso e un omaggio commosso e doveroso.
Questa volta per/insieme ad un comitato di quartiere.
Perché per noi la Cultura non è niente senza Sociale e senza impegno Politico quotidiano.
Raccontare coraggio e partecipazione ha senso solo se si prova ad essere quello che si narra. Comefanno gli Artisti veri.
Come facciamo noi.
 
 
“O primavera angosciosa di dubbio e di patimento, di speranza e di corruccio !
Voi non udivate se non il romore cittadinesco, se non il clamore delle dissensioni, delle dispute, delle risse. Voi tendevate l’orecchio al richiamo dei corruttori. Consumavate i giorni senza verità e senza silenzio.
Ma i lontani scorgevano, di sotto alle discordie degli uomini, la patria raccolta nelle sue rive, la patria profonda, sola con la sua doglia, sola col suo travaglio, sola col suo destino.
Si struggevano di pietà filiale divinando il suo sforzo spasimoso, conoscendo quanto ella dovesse patire, quanto dovesse essa affaticarsi per generare il suo futuro.
E pensavano in sè: “Come soffri ! Come t’affanni! In quale ambascia tu smanii
T’abbiamo amata nei giorni foschi, t’abbiamo portata nel cuore quando tu pesavi come una sciagura. Chi di noi dirà quanto più, ora, ti amiamo? Tutta la passione delle nostre vite non vale a sollevare il tuo spasimo, o tu che sempre la più bella sei e la più: paziente. Come dunque ti serviremo?
Uomini siamo, piccoli uomini siamo; e tu sei troppo grande. Ma farti sempre più grande è la tua sorte. Per ciò dolora, travaglia, trambascia. 
Tu avrai i tuoi giorni destinati”.

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