ISLAM E OCCIDENTE: UNA RISPOSTA A BUTTAFUOCO SULLA FALLACI

Islam e Occidente una risposta a Buttafuoco sulla FallaciLo scorso 3 Settembre è uscito il nono libro postumo di Oriana Fallaci, una raccolta di reportage, interviste e furenti invettive già edite, confezionati alla bell’e meglio con un titolo e un sottotitolo – «Le radici dell’odio. La mia verità sull’islam» – che ammiccano, diciamo così, alla fetta più tardiva del suo target (la più cospicua, invero, se non altro per motivi anagrafici). Sta destando diverse polemiche, in questi giorni, una recensione di suddetto libro a firma di Pietrangelo Buttafuoco, il quale – sarà percepita dai lettori come captatio benevolentiae, ma tant’è – è senz’altro una delle più brillanti penne del panorama editoriale contemporaneo, non per nulla estraneo ai salotti perbene e non di rado inchiodato alla sua presunta fede fascista (talvolta perfino nazista e antisemita!) dai professionisti del conformismo a corto di argomenti.

Nella recensione in questione Buttafuoco sottolinea come, a dispetto di quanto si legge in copertina, sfogliando le pagine del libro sia percepibile l’irreversibile involuzione di Oriana Fallaci, trasfiguratasi – da eroina gruppettara quale era – in una vecchia megera islamofoba («brandita più che letta») autoreclusa nel suo eremo newyorchese.

Chi scrive la Fallaci l’ha letta e riletta molto e cerca di brandirla il meno possibile, perciò trova che suddetta dicotomia (fra la giovane e la vecchia Oriana) sia assai forzata. Il filo rosso della sua intera esistenza fu un imprescindibile e categorico anelito di libertà, che si manifestò tanto come condizione essenziale per esercitare la sua professione (non era, esattamente come Buttafuoco, affiliata ad alcun conformismo ideologico o post-ideologico: pertanto, da osservatrice, elencava con rara equanimità le ragioni della Palestina e quelle d’Israele) quanto come tendenza politica e culturale – fu fortemente e tenacemente antitotalitarista, in quanto tale ostile a qualunque monopolizzazione e mitizzazione acritica di quella Resistenza alla quale partecipò attivamente come staffetta partigiana.

L’enfasi apocalittica post 11 Settembre (i suoi «sacrifici all’altare dell’eccesso, dell’esagerazione», come ha scritto Giuliano Ferrara nel più bel requiem che le sia stato dedicato) non è che l’estremizzazione bellicista di convinzioni che aveva coltivato sin dagli anni ’70 – perciò dal 2001 in poi la sua prosa incentivò la mobilitazione più che la riflessione. Ma, al netto della tonalità, un reazione così piccata e militaresca sottendeva ancora una volta il suo costante e incontenibile amore per la libertà. Non era, da New York, altro da quel che era da Saigon o da altrove, solo che stavolta percepiva sé stessa (pretendeva quell’accento) come parte in causa e non come osservatrice critica. Fu, fra le mille altre cose, autenticamente femminista prima che il femminismo si involvesse, orwellianamente, nell’esatto opposto di quel che era alle origini, e cioè nella maniacale e boldrinesca ossessione per le quisquilie grammaticali (lei che volle «scrittore» come qualifica unica nel suo epitaffio) e nella criminalizzazione aprioristica del maschio occidentale e non anche di quello mediorientale, al quale tutto è concesso in nome del multiculturalismo (lei che, da sempre, denunciò la condizione di subordinazione sociale della donna mussulmana). Fu questo è molto altro perché fu liberale nell’accezione filosofica del termine e non smise mai di esserlo, ed è questo e nient’altro che un crescendo di decibel che si percepisce sfogliando il libro. È vero: compito preminente dell’intellettuale è quello di districare e non minimizzare (cioè eludere) la complessità delle cose. Ma lei – lo si ribadisce – recepì il crollo delle twin towers come dichiarazione di guerra, «La rabbia e l’orgoglio» ne fu la controdichiarazione: e cos’è la guerra se non la semplificazione brutale – nello schema binario amico-nemico – della realtà? E davvero si può liquidare nella diagnosi di paranoia senile questa visione delle cose? Davvero questa frequentissima tipologia di terrorismo non poggia su solidi e massicci (per quanto mal interpretati da una parte minoritaria di un tutto che complessivamente è altro) fondamenti coranici?

Sul serio, non c’è discontinuità contenutistica alcuna tra la reporter e la scrittrice di fama planetaria, c’è solo la suddetta discontinuità tonale, quella sì. La Fallaci non sopportò che la reazione dell’establishment culturale collettivo al crollo delle torri gemelle si declinò in una patetica autocolpevolizzazione terzomondista anziché in un rafforzamento significativo dell’identità culturale occidentale.

Non sembra, poi, che alla sparuta schiera di occidentalisti militanti non corrisponda, dall’altro lato, una folta folla di comunitaristi – post-fascisti e neocomunisti à la Diego Fusaro – che annovera anch’essa fra le sua fila parecchi disadattati adusi a parlare per riflessi pavloviani (come i più accaniti fallaciani dell’ultim’ora che Buttafuoco ha magistralmente denunciato) piuttosto che per ragionamenti; per dirla con Giovanni Sartori, le menti vuote si specializzano in estremismo intellettuale: nessuna statistica certifica che esse siano una patologia specifica di una parte piuttosto che dell’altra.

Bisogna solo selezionare accuratamente gli interlocutori. Chi scrive ha avuto l’imperdonabile e presuntuoso ardire di scegliere Pietrangelo Buttafuoco, ma lì fuori – nell’internet – pullula di troll che «Hamas Hamas ebrei nelle camere a gas» al cospetto dei quali accomodarsi dalla parte della ragione è assai facile.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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