L’INSOSTENIBILE INADEGUATEZZA DI IGNAZIO MARINO

ignazio-marinoÈ curioso che alcuni prodi piddini evochino, a difesa del dimissionario Ignazio Marino, quel garantismo che per vent’anni hanno squalificato come espediente retorico berlusconiano, mutuando il suo opposto estremo – il giustizialismo – dalle peggio dittature latino-americane (o più semplicemente dall’Antonio Di Pietro dei primi anni ’90). È stato anche eccepito, a difesa del quasi ex sindaco di Roma, il linciaggio mediatico-giudiziario di cui sarebbe stato vittima – come se negli ultimi vent’anni la stessa sinistra di cui Marino fa parte, compresi i suoi coraggiosi difensori odierni, non avesse cercato di abbattere i suoi antagonisti con strumenti abbondantemente extrapolitici.

Ad ogni modo, la vera colpa di Ignazio Marino è stata quella di commettere errori di comunicazione che definire grossolani sarebbe un eufemismo, così fornendo pretesti alla sua nutrita legione di detrattori. Le lunghe vacanze ai Caraibi – a prescindere dai funerali cinematografici dei Casamonica – seguite da un’ulteriore trasferta oltreoceano, le sortite poco diplomatiche indirizzate a Papa Francesco (l’uomo più popolare e più ben voluto del pianeta), la promessa di restituire ai cittadini romani i ventimila euro oggetto di un’indagine giudiziaria – quasi un’ammissione di colpa – sino alla battaglia ingaggiata con la nuova nomenklatura del PD che l’ha alfine fatto fuori, con tonalità minatorie assai imbarazzanti: tutte défaillance che il più mediocre degli esperti di comunicazione sarebbe riuscito a evitare (a tal proposito bisogna anche chiedersi quanta voce in capitolo Marino conceda effettivamente al suo staff).

Questa è la scena. Il retroscena è altrettanto evidente. Roma è ostaggio di corporazioni degenerate in oligarchie – una borghesia parassitaria e antiliberista sedimentata da lustri nei centri di potere romani – contro cui nulla può un chirurgo armato di sole buone intenzioni e abbondante inesperienza.

Secondo lettura strumentale diffusa dai militanti pentastellati e – più generalmente – delle opposizioni, la vicenda certifica esclusivamente il fallimento capitolino del Partito Democratico e dunque di Matteo Renzi.

Quest’ultimo, in realtà, non ha alcuna responsabilità diretta nella vicenda: non dispone di altri strumenti che non siano l’ostracismo e il mobbing – strumenti dei quali pare abbia fatto largo uso – per persuadere un dirigente locale del suo partito a desistere (e non si capisce perché il segretario di un partito o il premier debba manifestare la sua ingerenza nello svolgimento del mandato di un sindaco regolarmente eletto).

Oltretutto, strumentalizzare un episodio particolare per delegittimare il premier pro tempore è una tecnica truffaldina già collaudata dagli antiberlusconiani militanti: è facile immaginarsi – giusto per fare un esempio – i furenti editoriali di Repubblica sugli evidenti legami sociologici fra il berlusconismo e i funerali dei Casamonica se essi avessero avuto luogo con Berlusconi regnante, o tra quest’ultimo e i volgari gesti rivolti da due parlamentari verdiniani a una senatrice grillina (Sabina Guzzanti, orfana fra i tanti di Berlusconi, gli ha addebitato proprio una sorta di responsabilità morale dei suddetti gesti).

È tuttavia indiscutibile che il caso Marino abbia un preciso significato politico. Anzitutto, tutte le vicende giudiziarie più generalmente legate a «mafia capitale» mettono per l’ennesima volta in dubbio la presunta superiorità antropologica della sinistra perbene, anche e soprattutto a Roma, dove si era soliti sottolineare la connivenza esclusiva degli ambienti neofascisti col limaccioso sottobosco malavitoso.

In secondo luogo, occorre ricordare che il cavallo di battaglia di Ignazio Marino è stata proprio la sua estraneità a Roma (non per nulla è stato denominato «il marziano»): politicamente, il quasi ex sindaco è figlio di quella retorica che disprezza la politica intesa come professione e pone l’onestà al di sopra della competenza nella lista dei requisiti essenziali per qualunque candidato – e perciò va bene un candidato qualunque: la mitizzazione acritica della società civile, complementare alla demonizzazione autoassolutoria della classe politica, è il punto di forza di ogni populismo.

Va da sé che Roma ha bisogno di qualcuno distante dagli ambienti stantii che la stanno divorando, ma che l’inesperienza sia improduttiva quanto la disonestà è ormai un dato empirico: le titubanze di Alessandro Di Battista – il parlamentare più quotato nel toto–candidature a cinque stelle – non si devono ricondurre alla sua fede formalista in ossequio alla quale il completamento del mandato parlamentare sarebbe ineludibile, ma al timore di “bruciarsi” politicamente nell’amministrazione della metropoli meno gestibile d’Italia.

Il prossimo sindaco – ammesso che Marino non decida di ritirare le dimissioni così prolungando la sua agonia politica – dovrà avere astuzia e senso della realtà, non ingenuità e inesperienza; entusiasmo amministrativo e riformista, non velleità di palingenesi donchisciottesche – tutti requisiti assenti nell’ottica dilettantistica degli homines novi estratti dalla società civile (e cioè anche nelle fila dei militanti grillini).

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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