PASOLINI, BERLUSCONI E IL MORALISMO DE SINISTRA

1367917004930PierPaoloPasoliniSe a quart’anni dalla sua morte Pier Paolo Pasolini continua ad essere divisivo – giusto per usare un brutto neologismo mutuato dal doppiagese – c’è da rallegrarsene: assolve, perfino da morto, al ruolo dell’intellettuale, che è propriamente quello di turbare l’opinione pubblica, obbligando ciascuno a prendere una posizione.

Certo, il conflitto dialettico che ne consegue e assai rozzo, perentorio e rigidamente bipolare (tesi e antitesi, non c’è spazio per la sintesi), ma per quanto esacerbato dai social network – che offrono a chiunque un pulpito facile e la possibilità di delegare ad un avatar quel che mai avrebbero il coraggio di pronunciare di persona – lo scontro fra opposti estremismi intellettuali è una costante storica: da Émile Zola e dal suo «J’accuse», fino ad Oriana Fallaci passando – giusto per rimanere nel Belpaese – per Leonardo Sciascia (i quali sganciarono veri e propri candelotti di dinamite sul conformismo rispettivamente islamofilo e antimafioso), l’intellettuale ha sempre stimolato la riflessione con l’innesco della provocazione.

Oggi nascono dibattiti dai tweet di Fedez e di Carlo Giovanardi, sicché un déjà-vu di simile portata (una riesumazione di Pier Paolo Pasolini) non può che essere benefico.

Il problema, semmai, è che l’oggetto del conflitto è il personaggio e non la sua opera: la vita di PPP, seppur oltremodo romanzabile, è assai meno interessante dei suoi «Scritti corsari» (giusto per citare qualcosa), quantomeno agli occhi di chi di mestiere non fa lo psicoterapeuta.

L’intellighenzia engagé che oggi lo mitizza e arruola nelle proprie fila, ma ieri avallava la sua espulsione dal PCI per indegnità morale, è l’emblema della strutturale crisi identitaria della sinistra italiana, che oscilla da lustri dal modello post-sovietico – moralista, bacchettone, clericale – a quello liberal americano (che è, al contrario, ultraprogressista).

Reduci da un ventennio di demonizzazione sistematica del Grande Mostro corruttore di minorenni, suddetti intellettuali abbiano almeno il coraggio di specificare che questa riabilitazione tardiva di Pasolini è dettata da esigenze estetiche più che etiche – il poeta bohémien che nottetempo adesca adolescenti nei quartieri suburbani è senz’altro più cool del ricco imprenditore che acquista notti d’amore sul lettone di Putin da minorenni adultizzate (iudex dixit). Dice: il parallelo non regge, PPP mica era il presidente del consiglio. L’obiezione, seppur condivisibile sul piano della logica, è ipocrita: se davvero la società civile deve emanciparsi dalle sovrastrutture morali in ossequio alle quali inorridisce al cospetto di una relazione sessuale fra un/una minorenne ed un adulto, a maggior ragione la società politica deve dare il buon esempio in tal senso e scrollarsi di dosso tutti gli obblighi perbenisti di marketing elettorale – famiglia tradizionale con figli modello Mulino Bianco o, meglio ancora, Casa Bianca – e presentarsi agli aventi diritto coi suoi divorzi, le sue trasgressioni e il suo disinteresse per la disapprovazione delle beghine da comunità montana: su questo piano Berlusconi fu un vero e proprio leader sessantottino.

La crociata contro B avrebbero dovuto intraprenderla i post-missini e i liberali conservatori ai quali egli aveva promesso la fondazione di un centrodestra liberale – fondandone piuttosto uno libertino – non editorialisti del Gruppo Espresso che oggi incensano Pasolini per la sua sregolatezza.

E, giusto per fare un inciso sull’accostamento stravagante fra il poeta bolognese e Berlusconi, si noti che il primo espresse i propri timori per la diffusione della televisione – al punto da domandarne “l’abolizione”, qualunque cosa questo significasse – ben prima della nascita imprenditoriale del secondo: ennesima e incontrovertibile conferma che il presunto piano strategico di Berlusconi di imbonire le masse con le sue reti televisive (che spesso e volentieri hanno remato contro di lui e contro l’aerea politica che rappresenta, divenendo piuttosto una roccaforte del pensiero progressista) è spazzatura retroscenista e autoassolutoria e nulla più.

Ciò detto, chissà se PPP sarebbe felice, oggi, di essere elevato a icona dell’anticapitalismo, lui che rimpiangeva un’arcadia preborghese idealizzata, sì, ma che fu al contempo folgorato dagli States e che beveva abbondanti sorsate di Coca Cola – lui che comunque detestava affiliarsi a qualunque conformismo, figurarsi quanto avrebbe voluto essere commilitone di tutti quegli editorialisti intellettualmente pigri che “è tutta colpa del neoliberismo”. Certo, detestava la massificazione perché aboliva, a suo dire, le classi sociali, che erano l’unico strumento di diversificazione umana, l’unico antidoto a un’esiziale omologazione dell’intero occidente. Ma avrebbe detestato di esser diventato suo malgrado, colpevoli i suoi sedicenti epigoni e i suoi furenti apostoli, quel che aveva sempre detestato, e cioè un concetto feticcio, sacro al punto da determinare censure e linciaggi collettivi – senz’altro lui si sarebbe schierato dalla parte di Gabriele Muccino non per quella dozzinale vocazione al bastiancontrarismo che oggigiorno va per la maggiore, né perché credeva nella massima di Voltaire sulla libertà di pensiero (buona tutt’al più per le bio su Twitter),  ma perché amava l’inviolabile nella misura in cui poteva essere violato.

Perciò chi scrive si permette di biasimare tanto il Pasolini antimodernista quanto quello corrivo e simil-complottista del celeberrimo «Io so ma non ho le prove», ma al contempo di seguire come modello il Pasolini che bacchettava Calvino per aver ceduto ad automatismi cultuali imbarazzanti quando scrisse del massacro del Circeo. Tutto questo, comunque, sia detto a margine di una certezza: parlare di Pasolini, come di qualunque altro autore, nello spazio di un editoriale, è giocoforza riduttivo.

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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