SE L’OCCIDENTE CONTINUA A ODIARE SE STESSO

Conosciamo il canovaccio, ormai stanco e usurato: una strage perpetrata in nome di Allah coi kalashnikov e l’esplosivo da qualche parte in Occidente, la condanna tanto ferma quanto cauta dei principali leader mondiali – che a fatica qualificano come “islamico” il terrorismo contro cui si scagliano – e poi la strumentalizzazione puntuale delle forze politiche di qualunque fazione.

Infine l’onda emotiva rifluisce, quelli di Charlie Hebdo «se la sono cercata» (conclusione avallata perfino da Papa Francesco), si procede con le condanne d’ufficio dell'”islamofobia” – squalifica mediante la quale viene messa a tacere qualunque voce critica – e con gli editoriali pensosi dei mediorientalisti e degli antropologi culturali che ripropongono il distinguo fra «islam moderato» e «islam integralista»: «e allora le crociate?»; «e allora Avicenna e Averroè »; «e allora i numeri arabi?»

Quel che rileva, molto semplicemente, è che l’islam politico, e cioè un’intera galassia di associazioni terroristiche che annoverano fra le loro fila centinaia di migliaia di adepti, l’undici Settembre di quattordici anni fa dichiarò guerra all’Occidente. Al di là della connivenza (talvolta solo socio-culturale, talvolta perfino logistica) del mussulmano della porta accanto coi terroristi spesse volte sgominata dalle intelligence occidentali, poco importa, in termini militari, se ad aver dichiarato guerra all’Occidente sia nel complesso una parte minoritaria o maggioritaria dell’universo islamico: gli Alleati, combattendo la Germania nazista, non erano frenati da remore connesse alla convinzione (pur vera) che «ci sono anche parecchi tedeschi non nazisti».
Dice: ma è una comparazione inappropriata, non siamo mica in guerra. E invece siamo in guerra, una guerra transnazionale assai differente dalla paleo-guerra territorializzata cui siamo abituati: sul piano spaziale, la neo-guerra non si cura del principio di frontalità (nazione contro nazione); sul piano temporale, la neoguerra è assai dilatata, l’islam politico agisce sulla spinta di pretese egemoniche universaliste, perciò si avvale di strumenti poco efficaci nel breve termine – colpire obbiettivi simbolici anziché militari, nel corso degli anni e casualmente, per diffondere il terrore in dosi omeopatiche; conquistare demograficamente, come ammesso da parecchi imam – ma potenzialmente devastanti nel lungo termine.

Sullo sfondo, ancora una volta, le tre religioni abramitiche. Ebraismo e cristianesimo, confessioni strutturalmente laiche – nessuna delle due ha dato vita a stati teocratici – sono minacciate dal laicismo, strumento del quale i mussulmani (moderati o integralisti che siano) si avvalgono per imporsi in Occidente: la pubblicazione di pamphlet che gettano ombre sulla Chiesa Cattolica e sulla storia del cristianesimo, le vignette blasfeme che ridicolizzano Dio e Gesù Cristo, la satira da villaggio turistico sugli ebrei sono tutte (a ragione) inviolabili e sacre manifestazioni della libertà di pensiero; sollevare perplessità circa l’impiccagione sistematica degli omosessuali nei paesi in cui vige la shari’a, sulla mutilazione genitale delle donne e sulla loro lapidazione in caso di sospetto adulterio è sintomatico di una esiziale xenofobia latente, di intolleranza religiosa, di imperialismo culturale occidentalista. Eppure, dati alla mano, ogni anno vengono sterminati decine di migliaia di cristiani (di qualunque confessione) in quanto cristiani, mentre parecchi esperimenti sociali certificano come basta indossare una kippah – copricapo tipico degli ebrei osservanti – per attirare gli insulti e la diffidenza dei passanti anche e soprattutto nelle strade delle grandi metropoli europee: se ci sono dunque delle «religioni deboli» meritevoli di una tutela speciale e straordinaria, fra di esse non è annoverabile l’islam, che gode di ottima reputazione tanto presso la società civile di pressoché tutti i paesi occidentali quanto presso le istituzioni degli stessi – basti constatare la disapprovazione unanime e automatica cui va incontro chi osa urtare la sensibilità dei mussulmani in qualunque maniera.

Preoccupò assai, giusto l’altro ieri, il silenzio assordante dei più sulla reviviscenza, nazionale e internazionale, dell’antisemitismo, ripresentatosi come sempre nei panni ideologicamente presentabili dell’antisionismo. L’accoltellamento di un uomo ebreo nei pressi di una pizzeria kosher di Milano non ha suscitato neanche quel minimo sindacale d’indignazione che si concede a qualunque membro di una minoranza perseguitata. Eppure il contesto nel quale tale aggressione è inserita dovrebbe essere, se non allarmante, quantomeno indicativo dell’aria mefitica che si respira in Occidente da un po’ di tempo a questa parte: l’Unione Europea ha deciso di marchiare i prodotti provenienti dai «territori occupati» da Israele in seguito alla guerra di difesa che intraprese nel 1967, così da agevolare chi volesse boicottarli (nel mondo ci sono circa 200 dispute territoriali: una decisione simile rappresenta un unicum che non può non sottendere motivazioni ideologiche; e pensare che in parecchie fabbriche israeliane lavorano anche migliaia di palestinesi regolarmente assunti); il regime liberticida cinese, che peraltro occupa il Tibet illegalmente, manda i dissidenti politici nei campi di lavoro e viola sistematicamente i diritti umani: eppure nessuno ha mai lanciato l’hashtag #boicottalaCina, né l’UE ha mai preso provvedimenti in tal senso. Per non parlare, poi, delle relazioni diplomatiche con l’Iran, con l’Arabia Saudita – dove, come ricorda Mattia Feltri su La Stampa, «le donne vengono lapidate con pietre di dimensioni stabilite per legge, che non siano così piccole da fare poco male né così grosse da chiudere la pratica troppo rapidamente» – e tanti altri regimi teocratici al cospetto dei quali i paesi europei non fiatano nemmeno.

Sembra dunque che nell’ambito della guerra asimmetrica che coinvolge l’Occidente da più di un decennio il collaborazionismo non è, come in passato, un fenomeno deprecabile ma episodico: si tratta di una vera e propria tendenza culturale, un approccio allo status quo che l’establishment mediatico e quello politico non solo non si preoccupano di ridimensionare ma addirittura fomentano.

Se le istituzioni e l’opinione pubblica occidentali non si desteranno dal torpore, se non riscopriranno le loro fondamenta giudaico-cristiane anziché annullarle per non turbare la sensibilità degli ospiti, se si limiteranno alla condanna d’ufficio di stragi che vengono degradate a «episodi isolati», allora la profezia di Oriana Fallaci, quella di Michel Houellebecq, le intuizioni di Salman Rushdie e di altre decine di intellettuali costretti ad una vita blindata in seguito alle fatwa emesse dagli ayatollah – perché la umma islamica è già riuscita a limitare significativamente la nostra libertà d’espressione, altro che Erri De Luca – si avvereranno tutte: allora non basteranno una marcia e un hashtag per riconquistare quelle libertà che abbiamo ereditato e che, vittime di noi stessi prima che dei terroristi, stiamo contribuendo a erodere.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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