#NOTINMYNAME MA L’INTEGRALISMO E’ COMUNQUE ISLAMICO

140923162943-nc-burke-pkg-isis-not-in-my-name-00011829-horizontal-large-galleryLa manifestazioni indette a Roma e a Parigi, così come la campagna online #notinmyname, sono un’encomiabile presa di distanza dal terrorismo di parte della comunità islamica occidentale: se da un lato è urgente che tali mussulmani marchino una discontinuità significativa dai loro correligionari integralisti, dall’altro non si può chiedere loro di organizzare cortei e di ribadire la propria estraneità ogni qualvolta (ahinoi spesso) venga perpetrata una strage in nome di Allah.
L’ansia con cui taluni si premurano di puntualizzare il distinguo fra «islam moderato» e «islam integralista» spesse volte sottende, più che l’amore per la verità e l’autentica preoccupazione che abbia luogo una pericolosa nemesi storica, una strumentalizzazione politica antiamericana e antisalviniana, ma tant’è: si tratta di un bilanciamento efficace – seppur ultra-ideologizzato – a chi, dall’altro lato, vorrebbe vellicare la pancia xenofoba del Paese per imporsi elettoralmente con slogan esiziali e riprovevoli.
Verrebbe da dire, peraltro, che si tratta di una puntualizzazione ovvia: se un miliardo e trecento milioni di mussulmani fossero tutti in armi, allora i «cani infedeli» (così come sono qualificati nel Corano) sarebbero già stati trucidati da un pezzo.
D’altro canto non si possono negare alcune verità empiriche: una documentazione di mole difficilmente quantificabile – reperibile negli archivi di organismi “apolitici” come FBI, Ros e vari corpi di polizia anti-terroristica internazionali, oltreché in quelli dei servizi segreti – certifica inequivocabilmente la connivenza (talvolta esclusivamente “morale”, talaltra perfino logistica) di parecchi dei cosiddetti mussulmani moderati – e cioè di insospettabili – nella pianificazione degli attentati.

Del resto, difficilmente qualcuno accuserebbe le intelligence dell’intero occidente che, sgominando cellule terroristiche sparse in ogni dove, si avvalgono di professionisti qualificati che conoscono bene la religione islamica.

Del resto il buon senso – prima di qualunque dossier – dovrebbe suggerire che l’organizzazione capillare e sincrona di diversi attentati presuppone la complicità di un apparato che non può esaurirsi in una decina di esecutori materiali. Non si può negare che centinaia di volte, dall’inizio del millennio, imam e ayatollah di varie risme – che pure non hanno mai imbracciato un kalashnikov o anche solo una scimitarra – hanno paventato la «conquista demografica» e l’inesorabile seppur lentissimo (quando le pretese sono egemoniche si ragiona a lungo termine) insidiarsi della cultura islamica nelle società occidentali per tramite della scristianizzazione e della percepibile disaffezione per i valori cardine della nostra cultura.

Non si può negare la matrice religiosa dell’assassinio di Theo Van Gogh.

Non si possono negare altre mille cose ancora, fra cui la mancata sottoscrizione, da parte dei principali esponenti della umma islamica, della Dichiarazione universale dei diritti umani – e la conseguente violazione sistematica degli stessi nei regimi teocratici: in Arabia Saudita, giusto per fare un esempio, le donne vengono lapidate con pietre di dimensioni stabilite per legge, che non siano così piccole da fare poco male né così grosse da chiudere la pratica troppo rapidamente.

Non si può negare che, come scriveva Claudio Cerasa su Il Foglio all’indomani della strage di Charlie Hebdo, che «la visione politica e totalitaria dell’Islam non è una visione univoca ma è una visione che ha un suo peso importante nel mondo islamico, e non è soltanto una scheggia impazzita ma è un pezzo di quel mondo che ha un suo peso numerico non indifferente (Ed Husain del Council on Foreign Relations sostiene che i musulmani della Medina che vogliono imporre la sharia anche ai miscredenti sono circa il tre per cento musulmani, ed essendo nel mondo i musulmani 1,6 miliardi il tre per cento significa che si parla di circa 48 milioni)». Dice: ma il terrorismo miete una quantità considerevole di vittime anche all’intero della umma islamica – peraltro logorata dai conflitti intestini fra sunniti e sciiti. Ma il fatto che fatto che un’entità politica o religiosa intraprenda una guerra contro un metus hostilis non presuppone che al suo interno le acque siano calme: un conto sono gli infedeli, un conto è il predominio interno.

Non si può negare l’incompatibilità sostanziale del Corano con le libertà liberali cristallizzate negli ordinamenti dei Paesi occidentali: il Corano, infatti, non è un testo esclusivamente religioso, ma anche e soprattutto di un testo giuridico, un vero e proprio codice che viene utilizzato nei tribunali dei Paesi in cui vige la shari’a. Negare le responsabilità effettive di questo testo sarebbe, oltreché ridicolo dal punto di vista empirico (da seicento anni, in fatti, è alla base dell’imperialismo islamico), fuorviante e pericoloso, e nei casi in cui lo si fa con intenti nobili e in quelli in cui si estraggono sure parzialmente per dimostrare contenuti “pacifisti” che gli sono del tutto estranei (come del resto sono estranei al Vecchio Testamento: ma ebraismo e cristianesimo sono riusciti a scrollarsi di dosso qualunque interpretazione letteralista, riducendo gli integralismi ad essi connessi a fenomeni statisticamente irrilevanti). La cronaca di ogni Paese occidentale abbonda di ragazze uccise perché «vestivano occidentale» o rifiutavano di indossare il velo, infibulate – basterebbe dare un’occhiata alle statistiche ufficiali – o costrette ad assecondare la volontà del padre nell’ambito dei matrimoni combinati (assai spesso poligami) e altre scelte di vita.

Certo: potrebbe trattarsi del fisiologico attrito che scaturisce dall’incontro di due civiltà completamente divergenti; ma allora bisognerebbe ammetterlo che la donna subisce, nella cultura islamica, una condizione di subordinazione sostanziale e – più generalmente – che la comunità islamica internazionale fatica ad emanciparsi da una mefitica e solida cappa oscurantista.
Perché, dunque, negare il movente essenzialmente religioso (altro che «disagio sociale») e le rigide fondamenta coraniche delle stragi perpetrate nelle metropoli europee dal 2001 a questa parte?
Il fondamentalismo cristiano lo si è combattuto riconoscendone anzitutto la matrice religiosa, così come altri integralismi – quello comunista, quello nazista – li si è annullati, oltreché con una massiccia azione militare, anche e soprattutto con un forte contrasto di natura squisitamente politica.
Oriana Fallaci, in questi giorni brandita e deformata da fanatici e detrattori (e, tanto dai contenuti quanto dalla qualità della sintassi, sembra che in nessuna delle due categorie ci sia qualcuno che l’abbia letta davvero), sostanzialmente chiedeva questo: una presa di coscienza, tanto dell’identità laica e giudaico-cristiana – la laicità, peraltro, è strutturale ad ambedue le religioni citate – quanto di quella islamica (e ci si riferisce all’islam non occidentalizzato e cioè diluito e snaturato) che è teocratica, illiberale, totalitaria. La disonestà intellettuale di giornalisti e scrittori che hanno urlato a gran voce che «Oriana Fallaci, al contrario, aveva torto», argomentando che avallò la stessa guerra di Bush&Blair che poi provocò la genesi e la radicalizzazione dei fondamentalismi in medio oriente, è imbarazzante per due ordini di motivi: non solo la Fallaci disapprovò a più riprese suddetta guerra (in pezzo pubblicato dal Times di Londra e ripreso a pag. 69 de «La forza delle ragione»), ma previde anche che l’esasperazione integralista di cui si diceva (con buona pace di chi irride le sue previsioni); in secondo luogo, anche se il nesso di causalità diretta fra le guerre post-11 Settembre venisse provato scientificamente –  se cioè si dimostrasse che la politica attendista di Obama, se scelta allora, avrebbe causato meno danni di quella interventista di Bush – ciò non deresponsabilizzerebbe chi da anni s’impone manu militari in medio oriente: anche il nazismo fu in parte figlio delle pesanti umiliazioni post-belliche imposte alla Germania dalle potenze che vinsero la prima guerra mondiale, ma questo (per fortuna) non generò remore di alcun tipo – né nell’opinione pubblica internazionale né nelle elite militari – nell’ambito del violento contrasto militare e culturale che venne posto in essere.

A proposito: Oriana Fallaci ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo (e il trend è in ascesa). Se domattina un commando di dieci ventenni occidentali facesse irruzione in una moschea e fucilasse trecento mussulmani in preghiera urlando «thank you Oriana» – lo si ribadisce: dieci contro trecento; cifre irrisorie se paragonate ai migliaia di integralisti affiliati a quell’intera galassia di associazioni terroristiche che tengono sottoscacco l’Occidente e a quel complesso di regimi teocratici che ogni anno mietono centinaia di migliaia di vittime; cifre che farebbero pensare sul serio a dieci criminali isolati e non ad una comunità radicata da secoli in un territorio specifico – ecco, in quel caso il nostro estabilishment mediatico-culturale con la medesima solerzia e puntualità si affretterebbe a negare che si tratta di dieci criminali isolati o ne approfitterebbe per mettere alla berlina la scrittrice?

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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