LA SINISTRA ISLAMOFILA REMA CONTRO L’ITALIA

Se la sinistra islamofila rema contro l'Italia (versione corretta)La disonestà intellettuale di chi, all’indomani di una strage perpetrata da un carnefice non ancora identificato, si affretta a specificare che la carnagione dello stesso è bianca, è pari a quella di chi assolutizza gli attentati dei terroristi islamisti per esigenze biecamente elettorali. Così, l’errore dell’Huffington Post che, annunciando la carneficina in California, ha titolato «killer bianchi in azione negli USA» equivale – sul piano deontologico, professionale e perfino etico – a quello che ha commesso Libero titolando «Bastardi islamici» all’indomani della strage di Parigi (con l’aggravante, però, che i carnefici californiani non erano propriamente di razza bianca, mentre i killer parigini erano islamici, o quantomeno islamisti). Esistono, insomma, i Salvini e poi i Salvini alla rovescia (i Vendola).

Ad ogni modo, anche qualora si fosse trattato di un bianco, magari di un integralista cristiano, questo non avrebbe certo ridimensionato il fenomeno – endemico, longevo e frequente più di ogni altro – dell’integralismo islamico. Se le carneficine di mafia che hanno insanguinato la Sicilia negli ultimi decenni del novecento venissero liquidate con la costatazione che «anche altrove la gente ammazza altra gente», come se non avessero una loro specificità statistica e cultuale, ci faremmo tutti una risata. Ma sulla matrice islamica degli attentati che dilaniano il mondo intero da tre lustri non c’è più nulla da dire: oltre a essere evidente di per sé, è riconosciuta da innumerevoli accademici autorevoli, spesso e volentieri anche musulmani.

Chi la nega, corregge arbitrariamente la realtà anziché l’ideologia neo-terzomondista con cui guarda il mondo (oltretutto la stessa realtà s’è incaricata di smentire il pregiudizio per cui è la povertà provocata dall’Occidente grasso e selvaggio ad alimentare il terrorismo e non il Corano), la stessa in nome della quale decine di presidi in tutt’Italia vogliono negare il Natale ai loro alunni.

In molti hanno puntualizzato che il Natale, ormai definitivamente laicizzato o perfino paganizzato, ha smarrito da lustri la sua essenza cristiana: se così fosse, se sul serio la sua carica spirituale fosse stata neutralizzata, a maggior ragione non ci sarebbe alcun motivo per bandirlo dalle scuole (come potrebbe urtare la sensibilità religiosa di qualcuno se si è trasfigurato in un fenomeno folkloristico e perciò areligioso?), ma così non è. Per milioni di cristiani autentici – sparsi in tutto l’Occidente – è sul serio un momento di preghiera e di spiritualità; per molti altri cattolici (dalla fede assai diluita), agnostici, atei e via enumerando il Natale lo si festeggia perlopiù al centro commerciale – il tempio del consumo, per dirla con Bauman – e a tavola, dove svettano bottiglioni di Coca Cola, anch’essa più che determinante nella fissazione dell’idea (dei colori) del Natale nell’immaginario collettivo. Il Natale, dunque, è una “pluralità” di cose.

In superficie, la guerra (culturale e militare) in atto non è una riedizione delle crociate, ma un conflitto fra una visione per l’appunto pluralistica e una visione monista, e cioè teocratica, del mondo. Più in profondità, gli odierni azionisti di maggioranza – per non dire i monopolisti – di suddetta visione monista sono musulmani (una quota minoritaria ma non isolata, oltreché quantitativamente preoccupante in valore assoluto, dell’intera umma), o quantomeno sono musulmani gli unici che la impongono manu militari: quella islamica è ab origine una fede armata (e misogina), come testimoniano la storia, la realtà e parecchie sure del Corano. Il movente delle crociate, giusto per rispondere a priori a un’obiezione prevedibilissima, non fu la stessa pretesa egemonica universalista che animò le conquiste islamiche durante l’altomedievo, ma la riconquista di Gerusalemme, né l’alto clero imbastì e mobilitò un esercito reclutando fra fedeli fanatici quanto i componenti delle “armate dell’islam”: piuttosto, appaltò la battaglia a signori e sovrani feudali, vendette indulgenze e non solo quelle.

Dall’altro lato, il cristianesimo è latore di una visione del mondo laica (e cioè dualistica) – perché occorre dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare, eppoi il dover essere che impone è morale e non anche giuridico, giacché il diritto romano preesistette a quello canonico – che è alla base della teorizzazione dello stato moderno. È ovvio, poi, che in ambedue le parti in questione vi siano delle eccezioni non trascurabili: in occidente abitano migliaia di musulmani non praticanti (tecnicamente non-musualmani, ma tant’è) integrati e non integralisti, mentre dentro il cristianesimo vi sono sette e “prelature pastorali” riconosciute (come l’Opus dei) che disprezzano l’eterodossia, la laicità e tutti i valori dell’occidente moderno e post-moderno. Ma le loro sedi non hanno arsenali ricolmi di kalashnikov ed esplosivi, né vantano il supporto logistico e culturale di parte della società civile a essa limitrofa: anzi, l’ostracismo, quando non anche la ridicolizzazione, sono il destino cui deve andare incontro qualunque affiliato.

In linea di massima la realtà dei fatti è che il nemico principale del pluralismo, oggigiorno, è l’integralismo islamico, soprattutto quello sunnita: perciò, si diceva, oggi un crocifisso e un presepe hanno, sul piano laico, la medesima carica simbolica di un centro commerciale (a Teheran recarvisi è, per le donne, un vero e proprio gesto di eversione: vi acquistano beni voluttuari che usano e consumano nella loro sfera privata), di un live irriverente di Madonna, di una kippah, di una caraffa ricolma di Coca Cola. Non sottilizziamo e rinviamo ad altra sede l’analisi sul ruolo del cristianesimo (più protestante che cattolico, invero) nello sdoganamento morale del capitalismo e dunque nella transizione dell’Occidente nella modernità.

Più che Weber e Bauman, poi, quanto a presepe e crocifisso bisognerebbe tirar fuori Jack Sparrow – la cultura popolare più che le scienze sociali – laddove ammoniva che «il problema non è il problema, ma il tuo atteggiamento rispetto al problema»: i musulmani più radicalizzati e i presidi de sinistra non vogliono ultra-laicizzare la scuola in nome di un’accezione escludente e non inclusiva della laicità (figurarsi se uomini e donne provenienti dall’islam integralista o dalla cultura post-comunista siano affezionati alla laicità escludente come dei Voltaire qualunque), ma di una mal celata antipatia per la cultura cristiana e tutto quel che rappresenta.

Sorprende – si fa per dire – che la frangia più ideologizzata della sinistra, così affezionata alle identità locali (e, in tempi di globalizzazione, anche l’identità nazionale è un’identità locale) da protestare a gran voce se al posto di un negozietto italiano fallito apre un McDonald’s (inequivocabile segnale d’egemonizzazione culturale americana), taccia se poi la nostra identità culturale arretra così significativamente al cospetto di quella araba.

Oltretutto l’identità cristiana contro cui si scagliano musulmani di varia risma e laicisti de sinistra in Italia ha un ruolo coesivo più unico che raro: sebbene l’Italia sia nata artificiosamente per mano prettamente anticlericale, fu quell’«etica popolare di matrice cristiana» (come afferma Pietro Scoppola, uno dei più autorevoli storici italiani) a «tenere unito il Paese negli anni del conflitto ideologico più aspro». Ma questo, si sa, fu una disgrazia per la sinistra comunista, perché le impedì un’egemonizzazione culturale integrale, cioè l’imposizione di un’ortodossia non dissimile da quella islamica.

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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