GRILLO BRUTALE: LE EPURAZIONI A 5 STELLE

L’epurazione di Serenella Fuksia – “espulsione” agganciata a cavilli contabili ma sostanzialmente riconducibile alla resistenza sovente fatta dalla senatrice ai diktat della diarchia Grillo-Casaleggio – è la prova empirica (l’ennesima) di come la democrazia diretta sia in fin dei conti la veste seducente dell’autoritarismo: l’esito pressoché plebiscitario del “referendum” sull’espulsione – 92,6% di “sì” – dimostra proprio che la democrazia non può essere banalizzata nella totale traslazione della sovranità a una congrega di nerd eterodiretti.

La rigida disciplina di partito che vige nel M5S – che fatica a qualificarsi come partito ma che sul piano strutturale è assai più “partito” di quanto non lo siano tutti gli altri, ormai pressoché liquefatti – ricorda il “centralismo democratico”, l’ideologia organizzativa di derivazione leniniana adottata dal Partito Comunista Italiano: era l’élite dirigente a prendere le decisioni, i militanti non potevano che limitarsi ad avallarle, il dissenziente veniva ostracizzato.

Il grillino tipico, in questi casi, è solito obbiettare: «e allora gli altri partiti?». Matteo Renzi deride sistematicamente – e spesso in maniera sgradevole – la nomenklatura post-diessina che ha esautorato (o meglio, «rottamato») quando essa s’impegna a screditarlo sui giornali o in tv, ma non è vi è affatto la medesima facilità, sia sul piano procedurale che su quello sostanziale, nell’espellere gli iscritti: l’evoluzione in senso democratico, per l’appunto, dei vecchi Ds ha bene o male avuto luogo.

I partiti fondati da Berlusconi, dal canto loro, hanno sempre raccolto anime fra loro distanti quanto non completamente divergenti – democristiani filoatlantici e post-missini fortemente antiamericani; ultra-conservatori contrari alle unioni civili e liberal che sposano battaglie assai progressiste.

Denigrare Berlusconi era (e continua a essere) all’ordine del giorno nelle reti Mediaset – che ha prodotto e finanziato alcuni fra i più accaniti haters dello stesso Berlusconi – e assai improbabile in Forza Italia: l’adesione al partito non prescinde da un giudizio netto sulla figura del suo leader, antipatizzare per il quale è in genere motivo (interiore) sufficiente per evitare di iscriversi.

L’abbandono di Gianfranco Fini – e per certi versi anche quello di Angelino Alfano – lo si deve addebitare non tanto a divergenze di ordine politico, quanto piuttosto all’ansia dei due di fargli le scarpe (e, da delfini, entrambi si sono involuti in pesci rossi). In altre parole, Forza Italia non ha mai avuto problemi di democrazia interna, anzi, ciascuno ha sempre detto quel che ha voluto – croce e delizia del partito: se da un lato si tratta di un’encomiabile testimonianza di democrazia interna, dall’altro tale prassi ha trascinato più volte il partito nel ridicolo (solo per citare il caso più recente: Renato Brunetta screditava quotidianamente Renzi negli stessi giorni in cui Berlusconi stipulava il Patto del Nazzareno).

Il problema di Forza Italia – si diceva – è stato semmai la completa assenza di un meccanismo di ricambio dei dirigenti e dei leader trasparente ed elettivo: non è affatto un problema secondario, ma è pur sempre un’altra cosa.

Ad ogni modo, la questione non riguarda tanto il tasso di democrazia interna inteso in senso assoluto: in fin dei conti chi s’iscrive a un partito ne sposa la filosofia, se rema sistematicamente contro il partito stesso qualcosa non quadra. Chiunque – giusto per fare un esempio – può dichiararsi favorevole alle unioni civili fra omosessuali ed è perfino libero di condurre, entro i limiti della legalità, una vita privata “pasoliniana”, ma non può insistere nella pretesa di esercitare il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica (il riferimento non è casuale).

Il problema, piuttosto, è il tasso di democrazia interna inteso come specchio dell’essenza di un partito. In altre parole: se il “centralismo democratico” di cui si diceva fosse stato adottato, ad esempio, da Berlusconi e dal suo cerchio magico con la finalità di far andare in porto una volta per tutte la promessa rivoluzione liberale, allora si sarebbe trattato del metodo (forse un po’ drastico) sposato da un leader per la realizzazione del programma: del resto anche la Thatcher affiancò un po’ di “autorità” alla sua autorevolezza, ma nessuno si sognerebbe di accusarla di esser stata una despota anti-democratica.

grillo_bigbrotherMa se un partito completamente privo d’identità ideologica e assai confuso a livello programmatico – sul piano economico, ambisce a una sorta di statalismo à la Syriza; su quello politico, a un giustizialismo di matrice giacobina – si coagula attorno ad un unico, granitico ed esiziale caposaldo antisistema e anticostituzionale (la vittoria della democrazia diretta su quella rappresentativa) e comincia ad applicarlo internamente, più in ossequio alla sua identità illiberale e totalitaria che per l’esigenza di ordine ed efficienza, allora guardarlo di cattivo occhio è più che legittimo, specie se qualche giorno prima uno dei due cofondatori ha dato alla stampe un libro nel quale paventa l’avvento di un futuro distopico in cui  «i cacciatori sono lasciati nudi nei boschi e braccati da personale specializzato con pallettoni di sale grezzo dall’alba al tramonto» e «corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città nei weekend».

Alex Minissale

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"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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