CASO QUARTO: PERCHÉ GRILLO HA TORTO

dimaio-dibattista-fico-video-620x372La vicenda di Quarto certifica (per l’ennesima volta) che la “questione morale”, teorizzata da Berlinguer in barba a Benedetto Croce, peraltro negli stessi anni in cui il PCI si rimpinguava di denaro sovietico (denaro sporco di sangue, va da sé) e adottata dal Movimento Cinque Stelle, di più, sublimata a prova inequivocabile di superiorità etica, antropologica perfino, errore primigenio di ogni sconfitta dei post-comunisti e fattore concorrente di ogni trionfo di Berlusconi, ecco, la “questione morale” è una boiata pazzesca. Insomma, non regge.

Non regge neanche quella mitizzazione acritica della società civile tipicamente populista – né la speculare demonizzazione di quella politica (come se l’una non fosse espressione dell’altra) – in seguito alla quale il Movimento Cinque Stelle ha reclutato chiunque – complottisti, avvocaticchi, cretini cognitivi – purché politicamente vergine, basandosi su videoclip di pochi minuti e fedine penali immacolate.

Negare l’identificazione fra rappresentanti e rappresentati, e cioè la specificità antropologica del popolo italiano (da secoli eticamente e intellettualmente pigro, poco produttivo e avvezzo alla truffa), significa negare la realtà, e sulla negazione della realtà si possono costruire solo utopie e castelli di sabbia.

Certo: la politica non può ridursi a mera gestione dell’esistente, deve anche avere una funzione pedagogica minima, deve indicare un dover essere che sia migliore dell’essere (contingente). Ma, per com’è strutturata adesso l’ideologia grillina, è facile prevedere che gli esiti di una sua eventuale messa in pratica condurrebbero a una disastrosa involuzione del sistema Italia, se non proprio al collasso: da un lato, infatti, i pentastellati evocano un potenziamento del sistema assistenzialista e una progressiva nazionalizzazione nell’ambito di quello economico, così aggravando l’improduttività e moltiplicando i casi di corruzione (che, com’è noto, imperversa nei sistemi prevalentemente statalisti); dall’altro, sposa la logica del sospetto inteso come anticamera della verità (una stronzata di matrice stalinista, giustizialista, comunque illiberale, antigarantista ossia anticostituzionale) e cioè del diritto inteso come strumento di correzione di una fisiologia (quella italiana) anziché di una patologia: si tratta, per la farla breve, di una visione delle cose giustizialista, à la Antonio Di Pietro – che, infatti, nel tentativo disonesto di sedare col codice penale quelli che più che reati erano modus operandi sedimentati, altro non ha fatto che spianare la strada a una classe politica di gran lunga più corrotta e meno capace.

In questi giorni il Movimento Cinque Stelle avalla a sua insaputa, nel tentativo di eluderli, questi semplicissimi dati empirici: allo scandalo di Quarto, infatti, Grillo e i suoi oppongono gli scandali piddini, che sono quantitativamente superiori per semplice proporzionalità diretta (il PD amministra molti più comuni del Movimento Cinque Stelle) e non per una qualche bizzarra forza attrattiva esercitata dal partito su chi è naturaliter incline a delinquere.

Per certi versi, si tratta di una simpatica nemesi: per giustificare le proprie frequenti débâcle eludendo l’onere dell’autocritica, la sinistra pre-renziana aveva teorizzato una sociologia ridicola, quella del “berlusconismo”, ascrivendo per l’appunto agli elettori e agli eletti dei partiti di Berlusconi una sorta di congenito disprezzo per il codice etico e (soprattutto) per quello penale. Gli #arrestanovoi rivolti al PD dai militanti grillini sono più o meno la stessa cosa: chissà quando ci si accorgerà che la specificità di tali tendenze è antropologica e sistemica, non partitica o politica.

Frattanto, constatiamo con malinconia e una punta di compiacimento il tramonto di una certezza che a lungo è andata per la maggiore: la certezza che al venir meno politico di Berlusconi sarebbero conseguiti effetti taumaturgici. Ve lo ricordate il mantra? «Berlusconi si deve dimettere!».

Alex Minissale

Alex Minissale

"Giornalista pubblicista, studente universitario. Formazione liberale"
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