BENAZIR BHUTTO – La donna che cambiò il Pakistan

Benazir Bhutto è nata a Karachi il 21 giugno 1953. Figlia primogenita del leader pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, e nipote di Shaw Nawaz Bhutto, uno dei sindhi chiave del movimento indipendentista, a meno di quarant’anni diventa la prima e la più giovane donna nell’era moderna a rivestire la carica di primo ministro in un paese musulmano.

Dopo aver studiato nel stato natio, parte per gli USA per conseguire la laurea in scienze politiche presso l’università americana di Harvard. Poco dopo si trasferisce ad Oxford per approfondire gli studi politici ed economici e, non ancora ventenne, torna in patria per diventare il braccio destro del padre nel suo lavoro. Qui assiste ad avvenimenti drammatici che si irradiano all’interno del Pakistan e che la porteranno, nel 1979, a vivere un anno difficile sia a livello personale e politico.

Infatti quello è l’anno in cui, a causa di un riuscito colpo di stato militare guidato da Muhammad Zia ul Haq, il Primo Ministro Zulfiqar Ali Bhutto viene deposto dalla carica politica e giustiziato dal dittatore appena insediatosi.

A Benazir spettano invece gli arresti domiciliari che riesce faticosamente a sciogliere e, con essi ad ottenere il permesso di allontanarsi in Inghilterra, solo nel 1974. Dalla capitale inglese si mette alla guida del PPP, Partito del popolo pakistano, con cui opera politicamente fuori dei confini nazionali. Una volta dipartito improvvisamente Zia Ul Haq, la Bhutto torna fiduciosa nel suo paese dove si stanno per tenere le elezioni di novembre. La maggioranza dei voti presso l’Assemblea Nazionale assegna la vittoria al partito popolare ed insedia la donna come capo del governo.

Investita del ruolo per ben due mandati, dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, in entrambe i casi è stata costretta a lasciare la carica per scandali di corruzione di cui si è sempre professata innocente. Il primo governo dura solo venti mesi. Come accadde a suo padre infatti, nel 1990 viene destituita dopo l’accanito attacco contro l’allora presidente del Pakistan Ghulam Ishaq Khan, che Bhutto accusava di essere alleato con l’opposizione del conservatore Nawaz Sharif. Anche Nel 1993 il PPP vince di nuovo le elezioni e torna al potere con un governo di coalizione e, anche se rimane in carica per più tempo, fino al 1996, subisce lo stesso epilogo. Le conseguenze del deterioramento della situazione economica e il riesplodere delle tensioni inter etniche che si intensificarono subito dopo la sua elezione ne minarono la credibilità, impedendo al partito di realizzare il programma di riforme civili e democratiche sostenuto decantato.

Per i sei anni successivi la donna rimane in attesa. Non può ricandidare alla guida del Paese, perché ha già condotto due governi e ha già partecipato a due tornate elettorali e solo grazie alla modifica del testo costituzionale, avvenuta nel 2002 e che ha permesso a Zafarullah Khan Jamali della Lega Musulmana Pakistana (LMP) di ottenere il suo terzo mandato, le è concesso di tornare attivamente sulla scena politica pakistana.

Dopo otto anni di volontario esilio tra Dubai e Londra, atterra nel paese il 18 ottobre 2007, ma camminerà tra le sue strade ancora per poco tempo. Il 27 dicembre dell’anno dopo, nella città di Rawalpindi, a 30 chilometri da Islamabad, viene uccisa all’età di 54 anni.

Quel giorno era un giorno particolare. Aveva presenziato all’ultimo comizio elettorale del suo partito, il PPP (Partito Popolare Pakistano), in vista delle elezioni politiche che si sarebbero svolte di lì a meno di un mese.

Era appena uscita dal luogo in cui aveva tenuto il suo discorso quando, sporgendosi dal tettuccio della sua jeep bianca per salutare ancora una volta i suoi sostenitori, viene colpita da due colpi di pistola. Subito dopo solo un’esplosione. L’attentatore si fa scoppiare tra la folla uccidendo venticinque persone e ferendone altre trenta. È lo sgomento della folla, il terrore tra la gente.

Il presidente pakistano accusa dell’omicidio i “terroristi islamici”, voce che fa enfatizzare dalla conferma di Mustafa Abu al-Yazid, capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica al Qaeda in Afghanistan ma i sostenitori della Bhutto non credono alla versione ufficiale. Subito dopo l’assassinio, si danno energicamente ad atti di violenza e protesta contro il governo, incolpando il presidente Pervez Musharraf di essere il mandante dell’attacco. Lo stesso marito della Bhutto punta il dito contro il regime sottolineando come la moglie ad ottobre avesse pubblicamente criminalizzato il governo in carica di essere coinvolto in un altro attentato, quello di Karachi dove si registravano altrettante vittime.

Tre sono stati i giorni di lutto nazionale indetti per piangere Benazir Bhutto e, nel 2008, viene dedicato alla donna che ha cercato di cambiare il Pakistan l’aeroporto della capitale Islamabad.

Infine, mentre da tutto il mondo continuano a sollevarsi opinioni di condanna contro il gesto brutale che ha spento uno dei personaggi politici più stimati dall’occidente democratico, il 26 aprile 2013 una corte pakistana ha posto Musharraf agli arresti domiciliari in relazione alla morte di Benazir butto, una donna il cui coraggio rimarrà nella storia.

Francesca Azzurra Conidi

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