AUNG SAN SUU KYI – La donna che regalò un futuro alla Birmania.

Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è uno dei simboli cardine dell’opposizione non violenta a livello internazionale. La donna, figlia del generale Aung San U (capo della fazione nazionalista del Partito Comunista della Birmania che negoziò l’indipendenza del Myanmar dal regno unito nel 1947 e che fu ucciso un anno dopo da alcuni avversari politici) è stata una delle voci principali per i diritti umani e per la libertà del suo paese, vittima di una rigida dittatura militare che si protrae dal 1962 e che solo nei giorni presenti incomincia ad avere sfumature di democrazia.

Ha studiato in India (1960) ed in Inghilterra dove si è stabilita nel 1964 per frequentare la Oxford University e dove ha sposato il marito, un insegnante inglese. Nel 1988 decide di ritornare a Rangoon per accudire la madre morente e, a causa di un momento di forte tensione politica di cui è stata spettatrice diretta, decide anche di rimanervi. In quel periodo, infatti, erano sorte diffuse agitazioni sociali generate dagli ambienti universitari di tutte le principali città birmane e migliaia di persone sono rimaste vittime della feroce risposta repressiva del Governo centrale.

Questi ne eliminava a priori con la forza ogni segno di espressione e di dissenso, seppur pacifico, seminando terrore e distruzione al primo segno di protesta.

Aung San Suu Kyi torna nel luogo della sua infanzia per proteggerne i diritti fondamentali e lo fa scendendo in campo contro il regime, fondando la Lega Nazionale per la democrazia (NLD) e vincendo, nel 1990, con schiacciante maggioranza le elezioni nazionali. Ovviamente, in un luogo dove la democrazia non ha voce, l’82% Dei seggi in parlamento non sono mai stati assegnati alla NDL e lei non ha preso la carica di primo ministro che le spettava. Il governo del generale Saw Maung si è rifiutato di convalidare i risultati espressi dalla volontà popolare e di contraltare ha posto l’attivista birmana agli arresti domiciliari con cui ha dovuto convivere per ben cinque anni. Dal 1995, seppur decadute le accuse che la segregavano in casa, viene lasciata comunque in uno stato di semi libertà che le ha impedito ogni uscita dal paese, se non con il veto di non rientrarvi mai più, e le ha negato ogni permesso di visita ai parenti rimasti in Inghilterra.

Malgrado i numerosi interventi internazionali, dagli Stati Uniti a quelli del Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, passando per l’appello del papa Giovanni Paolo II, malgrado nel 1991 sia stata investita del premio Nobel per la pace grazie al suo operato in ambito sociopolitico ( i cui soldi sono stati investiti per la costruzione di un sistema sanitario e di istruzione per il popolo birmano),ha vissuto una solitudine sopportata solo grazie alla grandiosità dei suoi ideali di libertà e giustizia. Fortemente ispirata dalle parole del Mahatma Gandhi e dai concetti buddisti ha fatto della sua resistenza un baluardo di luce per intera Birmania.

Dal 13 novembre 2010 iniziano le buone notizie. Aung San Suu Kyi torna libera e nell’aprile del 2012 ottiene un seggio nel parlamento birmano e il 16 giugno dello stesso anno finalmente ritira il Nobel che le era stato assegnato vent’anni prima. L’11 Novembre del 2015 si svolgono le prime elezioni libere dal 1962 e il partito di Aung San Suu Kyi si aggiudica ben 291 seggi, vincendo a mani basse. Nonostante tutti questi passi avanti, tutte queste conquiste, va detto che la Birmania ha ancora un forte sapore di passato dittatoriale nel palato e i danni del regime gravano sulla nazione. Ci vorrà ancora molto prima che le scorie di quel periodo possano essere eliminate e lascino spazio al progresso e all’evoluzione, nel frattempo però si può ringraziare questa straordinaria donna di aver costruito la strada giusta da percorrere per raggiungere quell’evoluzione.

Francesca Azzurra Conidi

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