TREDICI “Thirteen Reasons Why”

Il nuovo successo targato Netflix.

 

La storia di Tredici ha come protagonista una persona normale, una di noi, che nella sua delicatezza affoga.

Parla di una ragazza che sta crescendo e, nell’insieme delle mille prime esperienze che contornano gli anni dell’adolescenza, si
ritrova a soffrire più di quanto meriterebbe. Hannah potrei essere io o forse potresti essere tu…

Hannah Baker potrebbe essere ognuno di noi o almeno quelli che tra di noi nascondono una profonda sensibilità con cui devono
fare i conti tutti i giorni.

Hannah Baker potrebbe essere stata ognuno di noi anche negli anni del liceo quando tutto sembra una montagna gigante da scalare ed ogni conquista difficile da raggiungere senza affliggersi.

Lei però, come purtroppo tante persone che non riescono a gestire la propria sofferenza, si arrende alle paure e ai suoi dolori al punto di decidere di farla finita.

Hannah si suicida.

Hannah se ne va per sempre. Lascia la vita in silenzio, senza fare rumore.

Sembra, già dei primi fotogrammi, che solo adesso che è ormai troppo tardi per aiutarla la gente si accorga di lei, della persona
che era.

Come nei più classici modus operandi americani, vengono attaccati cartelloni contro il suicidio che inneggiano slogan del tipo “you are not alone” (non sei solo) oppure “suicide is not an answer” (il suicidio non è la risposta), fingendo con ipocrisia un interesse per chi, fino ad un attimo prima, era un perfetto
nessuno.

È così che inizia “Tredici” (Thirteen Reasons Why), con queste immagini e le foto della ragazza contornate da fiori e bigliettini d’addio attaccati all’armadietto di scuola.

Ma Hannah questa volta prende in mano la parola e finalmente, anche se ormai nulla potrà portarla indietro, fa sentire la sua voce. Infatti, prima di attuare il tremendo gesto, decide di registrare 13 cassette per spiegare le motivazioni che l’hanno condotta a togliersi la vita. Ogni cassetta, ogni motivazione, è collegata ad una persona che le ha fatto del male, che l’ha ignorata o beffeggiata.

La serie originale Netflix apre le porte della sua storia in un liceo che potrebbe essere ovunque, con personaggi che, per quanto a volte stereotipati, potrebbero assomigliare a qualcuno che ci è familiare.

La ricerca della propria identità che non sempre sembra essere adatta al contesto sociale in cui viviamo, la voglia di integrarsi con delle persone che non ci interessano realmente ma che ci fanno sentire meno soli alla sera, il voler piacere ed essere apprezzato invece di rimanere nell’ombra dell’invisibilità.

Chi di noi non ha mai provato almeno una volta queste sensazioni di disagio e chi, almeno una volta, non ha fatto qualche errore di cui si è pentito amaramente per cercare di scrollarsi tale inadeguatezza di dosso.

La storia di Hannah Baker parla proprio di questo, o meglio, inizia da questo.

Le persone a cui sono indirizzate le cassette, e a cui è preteso l’obbligo di ascoltarle se non desiderano che vengano informate le autorità, devono rendersi conto che con i loro gesti hanno fatto soffrire qualcun altro.

Da subito perciò si presenta chiaro il messaggio della serie, imperfetta nei dettagli quanto la vita, e per il quale ognuno di noi dovrebbe prendersi il tempo di riflettere.

Quante volte i gesti che compiamo si ripercuotono nella vita degli altri senza che ce se ne accorga, quante volte le parole escono dalla bocca più veloci del pensiero con l’obiettivo di ferire, quante volte siamo stati noi stessi feriti da atteggiamenti del genere e, anche dopo anni, quel momento si ripresenta alla mente.

Tredici è quella serie tv che avrei voluto vedere a sedici anni.

Che avrei voluto che gli altri avessero visto per comprendere meglio quanto la sensibilità di una persona sia facile da scalfire e come, senza che se ne sia consapevoli, le scorie delle nostre azioni possano rimanerle attaccate all’anima. Possano cambiarne il destino.

L’opera, diretta dal candidato all’Oscar Tom McCarthy (Spotlight) e prodotta da Selena Gomez, è un pugno nello stomaco. Le immagini sono crude e violente al punto tale che se comprende quanto siano drammaticamente affini alla realtà della generazione 2.0 che sta crescendo in questo nuovo secolo.

Particolarmente toccante la scena del suicidio della protagonista che arriva alla fine dei tredici episodi, in tempo per farti sperare che non accada, che ti faccia desiderare che la madre ce la faccia a salvare quel cucciolo di persona da tutto quel sangue e lacrime.

Ma non è così, non può più essere così.

La voce di Hannah viene dal passato, dal mondo del già accaduto, e il suo eco oggi può solo insegnare a non ripetere, a cambiare.

“Ciao, sono Hannah. Hannah Baker. Esatto. Non smanettate su qualunque cosa stiate usando per ascoltare. Sono io. In diretta e stereo. Nessuna replica, nessun bis e questa volta assolutamente nessuna richiesta. Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto
per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente, il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette, è perché sei uno dei motivi”.

Così inizia e così si conclude la storia.

Con un addio già scritto.

Nonostante le diverse critiche ricevute, il successo progressivo di “Tredici” è meritatissimo. Parte come un flusso, lento ed inesorabile, per entrarti dentro sconvolgendoti alle ultime battute. Oltre al racconto della ragazza vengono poi sviscerate le vite dei “carnefici”, scoprendoli vittime a loro volta delle loro sofferenze personali. Nessuno è colpevole veramente, tutti lo sono in realtà.

Una delle più belle sceneggiature seriali scritte sul tema della violenza giovanile degli ultimi anni.

Da vedere assolutamente.

Francesca Azzurra Conidi

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