le Bestie di Emma Dante sconvolgono la Scena

 

Forse abbiamo davvero bisogno di spogliarci di tutto. Del pesante, dell’ingombro in cui i personaggi che noi stessi creiamo ci fanno inciampare, del torbido, del complesso.

Forse ne abbiamo davvero bisogno ma non siamo in grado di farlo, siamo addirittura disabituati a pensarlo. Un mondo senza archetipi e senza maschere, dove si torna all’origine dell’io, all’assenza di pretese, di ansie e delle più variegate paure.

Chissà come dovrebbe essere ritornare ad essere solo corpi che non ci appesantiscono l’anima, che sensazione proveremmo nella semplicità dell’essenziale. Addio alle sovrastrutture, addio a tutti quei “dobbiamo” che ci scandiscono la giornata. Saremmo solo la versione nuda di quello che ci lascia l’assenza di tutto ciò che è oltre noi.

Spontanea rinuncia per ritornare a trovarsi.

È da qui che parte la geniale regista siciliana. Dal silenzio e dal nudo come strumento per arrivare a qualcosa che va ben oltre. Il suo quindi nulla ha del nudo erotico né tantomeno, seppur sia normale che allo spettatore rimanga ben impresso come elemento catartico della performance, volto a scandalizzare. È leggiadramente indirizzato solo a rendere quei corpi, tutti diversi ma tanto simili, tela bianca per una riflessione personale. Anche la voce come elemento narrante è volutamente assente, rimpiazzata dal ritmo del corpo, da incomprensibili mugolii che scuotono ogni tanto dall’ipnotica potenza del silenzio. In alcuni momenti mi ha fatto pensare ad un evoluzione del teatro danzante di Pina Bausch nel quale, il faticosissimo lavoro di ricerca e preparazione, trovava come scopo ultimo quello di riuscire ad interpretare, attraverso l’improvvisazione e l’utilizzo del fisico come serie di movimenti, le domande che la rivoluzionaria coreografa si poneva. Nello spettacolo della Dante, ora all’Argentina di Roma, si fa un passo avanti o forse, per meglio dire, cambia direzione. Tutto, domande, riflessioni e risposte sono lasciate alla sensibilità di chi assiste all’esibizione. “Bestie di scena” lascia infatti allo spettatore il compito di scrivervi sopra una personale storia, un modo intimo di vivere la performance.

Questa si modella, duttile come creta nelle mani dell’immaginazione, in una creatura che nasce spontanea dentro e che, di conseguenza, genera emozioni e riflessioni del tutto uniche e mai univoche.

È il tuo io a suggerirti come interpretare quei corpi nudi che si muovono scomposti difronte agli occhi perché, se stai a lei, non ci sono suggerimenti a cui aggrapparsi, non ci sono parole che possano accompagnare verso una conoscenza nebulosa ma percettibile.

No, la regista sceglie volontariamente la lingua muta del silenzio, dei gesti e dei rumori naturali del movimento. Non c’è nulla da dire, le parole sono superflue difronte all’origine della creazione. Inoltre, quando entri nel teatro qualche minuto d’anticipo, in cerca del tuo posto a sedere, loro sono già lì, ma non hai la sensazione che ti aspettino. Non sono lì a per darti il benvenuto, anzi. Vivono nonostante te, nonostante il riempirsi delle poltrone di occhi incuriositi dalla quella vitrea indifferenza.

Poi le luci si spengono e per noi inizia lo spettacolo, ma per loro non cambia nulla, continuano ad essere quello che erano e che saranno anche dopo. Intrappolati nella loro condizione, stanchi e affaticati, dopo pochi minuti di danza ginnica, accaldati incominciano a spogliarsi.  Per asciugarsi del sudore utilizzano proprio i vestiti che, oramai inutili, si trasformano in stracci da abbandonare ai lati del palco. Nei volti degli attori si legge quella normale vergogna che chiunque si mostri senza veli davanti a 750 persone subirebbe e che, con ironico automatismo, cercherebbe di nascondere coprendosi gli occhi, i genitali e il seno dietro a mani incrociate per l’imbarazzo. Poi, con il passare dei minuti, sembra quasi che tale condizione venga accettata. La pudicizia svanisce e si allontana fino a scomparire nel buio di vecchi ricordi che non serve conservare, come il passato difronte al presente si fa sempre più labile e distante.

 

C’è altro con cui confrontarsi ora. Dalla quinta un demiurgo senza volto sembra tentare gli esseri primitivi con giochi che molte volte prendono le sembianze di veri e propri comandamenti. Pulisci, mangia, asciuga e loro, manichini nelle mani delle tentazioni, obbediscono sempre. Sempre, fin quando alla fine della storia senza storia arriva il dettame più arduo da rispettare. Rivestiti, torna alla normalità da cui sei venuto. Ma come fare a tornare indietro oramai, Pandora è aperto. Ormai conoscono la verità della consapevolezza e non c’è via d’uscita da questa condizione. Sono schiavi di un’esperienza che li ha portati oltre a quello che noi tutti siamo abituati a vivere e, proprio ora che hanno assaggiato la leggerezza dello stare, è impossibile camminare a ritroso e fingere che non sia accaduto nulla. Siamo nati nudi e tutte le vergogne che ci hanno cucito addosso in realtà non esistono.

È necessario disubbidire, non si può altro che disubbidire a questo punto. E quindi per l’ultima volta prima degli applausi, gli “imbecilli” decidono di stare all’essenziale, di sentire loro stessi.

È desolante la sensazione che lasciano mentre le luci si spengono e gli indumenti rimangono abbandonati disordinati sulle doghe del palco.

C’è un senso di vuoto che ti rimbomba dentro mentre scrosciano gli applausi, le mani si congiungono e si distanziano per diversi minuti ma la mente è altrove. La mente riflette: forse abbiamo davvero bisogno di spogliarci di tutto.

Molto probabilmente, se ci immedesimassimo in questa drastica rinuncia, saremmo simili ai personaggi che abitano il palcoscenico di Emma dante ma, quello che mi sorge davvero spontaneo porgermi è il seguente quesito:

Bisogna davvero perdere tutto per ritrovarsi, per riconoscersi nel vero?

“Bestie di scena” sembra rispondere con positiva convinzione a questa domanda.

I suoi “imbecilli”, nati inizialmente per rappresentare l’arduo compito dell’attore, evolvono in qualcosa di diverso proprio durante la composizione dello spettacolo. Pardon, della performance.

La Dante- come ammetterà lei stessa- si ritrova a dirigere la sua creatura più matura, minimalista e complessa quasi fino al contorto, e tutto senza aver immaginato di farlo. Sembra quasi una naturale conclusione di un percorso artistico che l’ha accompagnata, nella perenne sperimentazione, a mischiare cosi visceralmente le voci, i dialetti e tutti i suoi piu riconoscibili lineamenti fino al punto di farli introiettare così tanto ai suoi attori da non servire quasi più che si manifestino.

È un Ouroboros artistico che ci colpisce al fianco e ci fa male, ci fa sentire pesanti e troppo pieni.

Come è ormai nota firma dell’autrice, anche con questa opera dal sapore più internazionale che nostrano, lascia riflessioni e riflessi dentro chi ha la fortuna di ammirare le mille sfumature di cui di compone.

Francesca Azzurra Conidi

 

Next Article >
About the Author
Francesca Conidi